19 Maggio 2026

di Nicola Perullo, Rettore e Professore ordinario di Estetica dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo


Nella mattinata abbiamo assaggiato sei loro vini (il Grignolino di Migliavacca, la Ribolla di Gravner, il Teroldego Morei di Foradori, il Montepulciano d’Abruzzo di Pepe, il Villa Pacina di Pacina e l’Ognostro di Tinessa) e poi invitato i partecipanti a raccontare la propria esperienza e condividere i propri pensieri.

Quello che accomuna questi sei interpreti del territorio è la capacità di restare nella domanda. Ciò che ho guadagnato da queste due giornate, pertanto, non è una risposta, ma una disposizione che ha trovato conferma, pur nella policromia dei suoi stili. Il vino artigianale, nella voce di questi sei artefici del territorio così diversi tra loro per storia, zona e carattere, non chiede di essere compreso attraverso categorie preesistenti. Chiede di essere incontrato. Chiede un interlocutore disposto a cambiare durante l’incontro. Questa, credo, è anche la responsabilità di un’università come la nostra. Non trasmettere un lessico già formato, ma allenare la capacità gustativa e immaginativa per valorizzare il vino nel mondo che condividiamo e che siamo chiamati a re-inventare: con il vino, con chi lo produce, con la terra da cui viene. Formare persone capaci di sentire, prima ancora che di descrivere. Il vino artigianale si delinea come un modo di amare il vino e la sua ecologia, volgendo lo sguardo ad altre realtà che lo riguardano: l’economia, la cultura, il linguaggio.