30 Maggio 2025
Il senso di impotenza e frustrazione dinanzi all’esacerbarsi quotidiano di ciò che sta avvenendo in Palestina ha raggiunto livelli estremi.
Ciò nondimeno questo non deve spingerci nell’immobilismo, l’indignazione deve farsi azione che, per quanto piccola e apparentemente insignificante credo non possiamo esimerci dal compiere.
All’interno della striscia di Gaza la fame rischia di uccidere le persone con la stessa terribile intensità ed efficacia delle bombe.
Tutto sta venendo a mancare: i diritti, la dignità, il futuro. Tra le assenze più crudeli, dopo la fame e l’assistenza sanitaria, c’è l’educazione. Perché il cibo e la salute garantiscono la sopravvivenza nell’emergenza, ma è l’educazione che consente di preservare l’umanità e la possibilità di una vita futura di qualità.
Oltre la distruzione. Oltre l’oppressione. Oltre l’occupazione.
Ecco allora che desidero parlarvi di una giovane umanità che vive a Khallet Taha, un villaggio a sud di Hebron, in Cisgiordania.
Si tratta di 40 bambini e bambine che ogni giorno devono camminare per cinque chilometri per raggiungere la loro scuola, e altrettanti per fare ritorno a casa. Camminano sotto il sole, ma soprattutto camminano esposti alle continue minacce fisiche e alle aggressioni dei coloni israeliani che vivono nei due insediamenti limitrofi.
Prima però consentitemi di tornare per un attimo con l’attenzione a Gaza. L’assedio e i continui attacchi dell’esercito israeliano, che rispondono al mandato sterminante di Netanyahu secondo cui la campagna militare potrà concludersi solo con la vittoria totale sulla Striscia, hanno reso il poco cibo rimasto una merce di lusso inaccessibile. La fame non è un effetto collaterale dell’assedio, è essa stessa parte integrante della strategia. Bloccare gli aiuti umanitari che porterebbero cibo e acqua, impedire l’accesso a carburante e elettricità, anch’essi funzionali all’alimentazione, è un modo per trasformare la sopravvivenza in un’agonia. Due milioni di persone si trovano in condizioni di insicurezza alimentare acuta, mentre cinquecentomila, di cui settantamila bambini, vertono in uno stato di “fame catastrofica” (così la definisce l’indicatore “Integrated Food Security Phase Classification”). Si tratta di una pressoché certa condanna a morte.
Se a Gaza oggi si vive in un’agognante asfissia, la Cisgiordania è in un agognante sfinimento. Dico questo perché, a seguito della Guerra dei sei giorni del 1967, questo territorio ha iniziato a puntellarsi di insediamenti illegali di coloni israeliani. Inizialmente 40, che diventarono 210 in meno di 10 anni, e i coloni che passarono da 5 mila a 55 mila. La situazione attuale è di circa 300 villaggi e città (chiamarli insediamenti sarebbe infatti riduttivo), con una popolazione di oltre mezzo milione. Si tratta di centri abitati che si sono sviluppati attorno alle risorse naturali, per monopolizzare fonti d’acqua e terreni fertili. Oggi i palestinesi della Cisgiordania vivono in un sistema di carceralità diffusa: confinamento, check point, strade precluse, necessità di permessi per fare qualsiasi cosa. Come a Gaza, anche qui i bambini spesso non fanno in tempo a essere bambini. Vivono un’infanzia che non può essere definita tale per il peso delle responsabilità e delle continue violenze a cui sono esposti.
Di fronte a tanta disumanità non si può più restare spettatori. Non ci è più concesso indignarci e basta. Ecco allora che, quando alcuni studenti e studentesse dell’Università di Pollenzo che presiedo, mi hanno parlato della raccolta fondi che stanno promuovendo insieme a organizzazioni della provincia cuneese, con l’obiettivo di realizzare una scuola nel villaggio di Khallet Taha in Cisgiordania, ho sposato il progetto. L’iniziativa è nata dal contatto diretto con un operatore dell’organizzazione VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, che vive per l’appunto in Cisgiordania ed è quotidianamente testimone di ciò che sta accadendo. Posto di fronte alla domanda in merito a cosa fare per poter essere d’aiuto, la risposta dell’operatore è stata: costruiamo qualcosa. Costruiamo mentre intorno si distrugge. Nasce così l’idea della scuola: quattro aule per la scuola elementare, una per l’asilo, servizi igienici, un cortile.
Una struttura semplice, probabilmente prefabbricata e realizzata in tempi brevi per soccombere all’emergenza impellente.
A garantire la realizzazione tecnica e il coordinamento sul campo ci sarà il VIS, in collaborazione con Azione Contro la Fame; entrambe organizzazioni non governative che operano nell’ambito della cooperazione internazionale da decenni, con ampia esperienza proprio in Palestina. Costo totale: 90.000 euro. Una cifra che consentirebbe ai 40 bambini e bambine del villaggio di poter continuare a formarsi senza mettere a repentaglio la propria vita e senza subire ulteriori traumi psicologici.
Non parliamo solo di mattoni. Parliamo di dignità, di speranza, di resistenza. Questa scuola sarà anche un rifugio, uno spazio dove tornare a essere bambini almeno per qualche ora al giorno, nonché un punto di riferimento per tutta la comunità. E sarà costruita con la partecipazione diretta degli abitanti del villaggio, che metteranno a disposizione la loro manodopera. Un modo per rafforzare il tessuto sociale, per dire che sì, anche sotto occupazione, anche sotto minaccia, la vita continua dimostrando la sua resilienza. Ovviamente il rischio che i materiali potrebbero essere confiscati, i lavori bloccati, l’edificio distrutto c’è. È successo tante volte, ma non per questo possiamo rinunciarvi. La costruzione di questa scuola è un atto di giustizia, un gesto politico importantissimo. La scuola rappresenterebbe un presidio contro un sistema che cerca di cancellare la memoria storica e culturale del popolo palestinese. Proprio per questo è sommamente importante aiutare gli abitanti del villaggio di Khallet Taha a non arrendersi, a continuare a resistere pacificamente all’oppressione, e a lottare per il loro diritto a vivere e a educare i propri figli nella loro terra.
Sostenere questa iniziativa significa opporsi all’ingiustizia, non con slogan, ma con fatti. Significa costruire, non distruggere. Educare, non indottrinare. Accogliere, non escludere.
Le donazioni possono essere fatte online collegandosi al seguente sito: https://sostieni.volint.it/scuola_palestina/
articolo apparso su La Stampa, venerdì 30 maggio 2025
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