17 Dicembre 2013
Ciao a tutti, lavoro nel web marketing per un ecommerce. Sono uno di quelli che intasano le vostre caselle mail, fanno comparire Babbi Natale e strenne e renne sulle pagine web che visitate, nei banner dei blog che leggete, a lato della vostra newsfeed Facebook mentre stalkerate la cotta di turno o vi state abbandonando a riflessioni filosofiche riguardanti il deleterio consumismo che in questi giorni dilaga, intrecciato ai dogmi dello spirito festivo. Mea culpa.
La mia professione consiste nel rappresentare Gourmet Italy, una bottega online di prodotti gastronomici italiani su cui tutti dovreste comprare (scusatemi: davvero non riesco a smettere, e mentre scrivo è orario d’ufficio), flirtando coi clienti potenziali per mezzo di richieste pressanti e comunicazione multicanale.
‘Multicanale’ significa che proverò a vendervi un pacco di meravigliosi e rigatissimi Pennoni del Pastificio Gentile diramandone la foto segnaletica/pornoalimentare per tutto l’etere, telefonandovi mentre affrontate una discussione importante, mandandovi letterine cartacee con cuori e disegnini e perfino bussando alla vostra porta di casa la Domenica mattina presto; “Ha un momento? Vorrei parlarLe di Gesù”, più o meno - mea MAXIMA culpa. Insomma, come avrete capito sono un web-rompiballe, un venditore di Bibbie o di auto usate del terzo millennio (solo che al posto delle vecchie Polo o dei nuovi testamenti in edizione tascabile nei pacchetti di Gourmet ci sono cose buone, da mangiare e da pensare).
In questi giorni io superlavoro, perché Natale si avvicina e tradizione vuole che a Natale la gente impazzisca e sembri voler dare fondo a qualunque risparmio faticosamente messo da parte da quell’altro, ultimo Natale. Li devo accontentare.
Perché nel circo gastronomico, specialmente, sembra subentri in questo periodo una frenesia vorace per cui la gente – sempre secondo tradizione – dovrebbe voler celebrare la nascita annuale del Bambinello preparandogli del cibo, e che ne abbia a sazietà almeno fin quando poi nasce di nuovo: il Bambinello, però, se ne sta placido in mezzo al presepe e le galuperie non gli interessano una beata; quando ha fame succhia un po’ di latte, all’Epifania torna col muschio nella scatola da scarpe; e aspetta un altro avvento.
Ma questa tradizione del consumare tanto e vistosamente perché è Natale sarà una favola, una consuetudine estinta? Signori no, non è teoria; statistiche alla mano essa è Realtà. Mi sono preso la briga di documentarmi un poco, per snocciolare due numerini di quelli che ci piacciono tanto; se giochiamo a fare i giornalisti: un’attività come la mia, durante le feste, fattura due o tre volte il normale. Lo spreco alimentare negli stessi giorni, per contro, arriva fino a un terzo degli acquisti; secondo indagini ADOC riferite all’Italia. Negli USA pare si superi il 40%: chi ce lo fa fare? Non c’era la crisi; per cui non ti potevi comprare la carne dal macellaio a un euro in più al kilo, e sei andata al Carrefour?
Quando c’era stata la guerra, e quindi la fame e poi il Piano Marshall e la rivincita del boom, allora avevamo un motivo per celebrare la ricchezza, che arrivava come i Re Magi una volta l’anno, nel momento migliore per celebrare; quando la famiglia si riuniva e dava sfogo, in assetto tribale, ad un rito di liberazione della fertilità propizia. Quando avevamo sofferto la fame, (quella nostra, ma anche di nostro padre e nostro nonno, e prima ancora di suo padre) avevamo non solo il diritto, ma anche il bisogno reale di soddisfare un appetito arretrato di generazioni.
Il bisogno di mangiare era costretto in una quotidianità di privazioni e sdoganato d’improvviso; come un tubo da giardino che si stringa tra le mani e sul punto di scoppiare si rilasci a dilagare: e diventava fame vera, il desiderio della scarsità, che sciolto provvisoriamente delle briglie durante le feste rendeva possibile consumare un cenone dopo l’altro di porzioni su porzioni, senza riempire i nostri cuori senza fondo, senza saziarci, senza nauseare.
Furono anni d’oro, i ‘60 e i ’70, di gran veglioni e di Cortina, della Milano da bere, della Roma da mangiare, di Sora Lella e Aldo Fabrizi e Sordi. E quando ancora il consumismo più sfrenato era nel pieno – ma in una fase ancora tenera, popolare, gli anni ’80 ingenui di Drive In e paninari, quando ad un punto arrivò De Sica e il panettone si fece cine - ancora ce la facevamo a mangiare tanto e bene, ad ostentare a parenti e amici la bellezza delle nostre tavole, la ricchezza della nostra cucina; la panna, il caviale, le pennette alla zarina, le lasagne della nonna, i vol-au-vent, cocktail di gamberi in aspic, la gelatina onnipresente, il food porn originale de La Cucina Italiana, l’arrosto con patate lussurioso su riviste patinate che si riproduceva con alterne fortune – lardellato e imbastito – QUELLA sera in TUTTE le dimore nazionali; le lenticchie, il cotechino. Si mangiava tutti, tanto. Si finiva qualsiasi cosa, se non in una sera, il giorno dopo. E se ne buttava poco.
Ma le riserve di fame accumulate nel Secolo Breve stavano per esser saturate, ed esaurirsi. Già negli anni ‘90 mangiavamo di meno. Senza accorgercene, il cibo di Natale è cominciato ad avanzare. La famiglia estesa, dividendosi gli avanzi, non riusciva a soddisfare la richiesta di smaltire quanto si era preparato. Si facevano sentire le avvisaglie dell’impero del precotto e congelato da supermercato, delle vaschette di plastica, delle grosse quantità a prezzo abbattuto. Buttavamo qualcosa. Le porzioni giacevano nei piatti malformate, i maccheroni spargolati da qualche tocco svogliato di forchetta, in un grido disperato il cannellone di prosciutto sventrato. Quasi per reazione, abbiamo continuato ad acquistare; di più e più ancora: per far tornare quell’appetito, ormai sull’orlo dell’estinzione, che era sempre stato nostro, senza cui non ci riuscivamo a immaginare. La GDO ci ha assecondato, preparandoci di tutto, agevolandoci nei tempi, cancellando l’onere delle preparazioni: tutto ora è confezionato, proveniente da parti del mondo che nella nostra vita non visiteremo, subito pronto e disponibile in qualsiasi momento. Nel frattempo, il Natale è collassato: la finestra temporale dell’acquisto delle feste sì è dilatata; i sintomi di palle e abeti cominciano a comparire alla fine di Ottobre; arginati nel loro incedere verso l’estate soltanto dalla scomoda presenza di Allouìn. E noi, sembra che senza un’occasione precisa per spendere ancora non sappiamo stare: proviamo a stimolarci gli appetiti in ogni modo, alla disperata ricerca di un pretesto che sappia farci ricordare che cos’era il desiderio... Senza successo, mi pare. L’altra sera, eravamo in dieci: una teglia di pizza, tre torte salate, ci chiedevamo Basterà? Ed è rimasta metà del mangiare: il panettone, non l’abbiamo neanche guardato.
Quindi mi chiedo e chiedo a voi, mentre parte una campagna email di cotechini in saldo, l’ultraconsumo che funzione ha? Ha ancora senso per i nativi digitali, fecondati dalla globalizzazione e minacciati da una nuova e sconosciuta povertà concentrare i consumi vistosi in questi due mesi contaminati dallo spettro scheletrico dell’obbligo di fecondità? Non è il momento migliore, ora, che siamo minacciati da una crisi materiale e di valori incombente per imparare a gestire in modo oculato le risorse dissanguate dell’occidente? Non potremmo, finalmente, consumare meglio e meno; premiare la qualità rispetto all’abuso quantitativo; scegliere i piccoli anziché i supermercati, comprare bene tutto l’anno e votare con le nostre scelte alimentari per un sistema commerciale più equo, che non disperda ricchezza nella monnezza, ci faccia sentire fisicamente migliori e serva a soddisfare l’appetito residuo che uno ha senza gonfiare gli stomaci già gonfi, e riempire le tasche di quelli che le hanno più che piene?
Con questo ultimo appello, che finge di volervi far riflettere, questo mio atto pubblicitario è terminato. Scegliete Gourmet Italy ovviamente, per voi e per i vostri cari; abbiate un Natale prolifero di cene e golosi regali, o magnate e bevete a sbafo gamberoni indonesiani pagando i ricarichi folli delle multinazionali.