02 Luglio 2014
“Unglücklich das Land das Helden nötig hat”, sventuarata la Terra che ha bisogno di eroi, è forse una delle citazioni più conosciute del “la vita di Galileo” (scena 13) di B. Brecht: una frase che non è tanto un manifesto all’immobilismo, quanto un aperto richiamo rispetto ai limiti di una società che affida il proprio cambiamento, il proprio progresso, ad una manciata di individui, gli eroi, e fa adagiare la moltitudine in un ruolo di comprimario, di massa, di umile e sperduto gregge.
In Brecht è forte l’ideale marxista del popolo quale primo agente di cambiamento sociale: popolo che per far ciò deve essere consapevole delle proprie potenzialità trasformatrici e impegnato, devoto, alla risoluzione dei problemi del mondo. Se quindi nella frase sicuramente si può trovare l’eco a questo sostrato ideologico, è da notare come sin da bimbi siamo abituati, siamo educati a pensare la storia del mondo sia fatta da grandi eroi e da grandi gesta. Sia nel "c'era una volta" di principi e principesse, sia nella cronaca storica fatta di re e generali, i sapori della terra battuta, del sudore, della fatica, del solo a picco sono nascosti dallo sfavillio di armature, corone, spade e carrarmati. Si cresce apprendendo che la vita di un uomo o di una donna ha senso in funzione del suo essere attore di un epico gesto: la presa di un castello, la sconfitta di un mostro o di un nemico, l'assunzione al trono, l’unificazione di un regno etc. In altre parole, cresciamo nella convinzione che il nostro mondo abbia bisogno di eroi per progredire.
L’epica è, in fondo, lo stile primo della storia di vita. In tali termini raccontiamo e pensiamo la nostra vita, attanti - direbbe A. J. Greimas - del farsi nel mondo di un ideale trascendente. Leggiamo e presentiamo le nostre vite come estenuanti tentativi mossi per farsi un nome, una fortuna, una famiglia. Nei casi più tristi, la malattia, la povertà, l'handicap diventano mostri contro di cui combattiamo, noi, eroi di un mondo senza fate. In questo racconto tendiamo a rammentare il singolo, non la pluralità; l’eccezionalità, non il senso comune. Così diventiamo protagonisti, centro di un epica eroica dalla quale non appare possiamo sfuggire: un’etica forte, spesso fatta di abnegazione, impegno, soddisfazioni, delusioni, ego. Questa è un epica adamantina, ma come tutti gli eroi dell’epos ha il suo punto debole, il suo tallone, il suo piatto di lenticchie.
Noi agiamo; noi raccontiamo. Poi scende il sipario ed è subita sera.
Le fiabe finiscono con il completarsi della grande epica; le nostre più fragili narrazioni spesso no: i cattivi spesso vincono e ancor più spesso le storie restano mozzate a metà, senza una conclusione se non il fatto che la storia è finita. Senza una sua conclusione, però, non c'è vera epica. La nostra etica eroica si frantuma. Di fronte a questo baratro, guardando al filo reciso non possiamo che ripiegare, cercando ancor più fragili narrazioni dei fatti nel mondo: piccole poesie che epica non sono. Di fronte al farsi della notte, resta il racconto di frammenti, piccoli e grandi gesti deprivati a posteriori di un gran fine ma carichi di affetti, sogni, tensioni, voglia di andare avanti e assaporare la vita.
Sono questi lacerti i tesori della gente comune: il retaggio che lasciamo. Inutili? No: fertili terreni per ripensare un'altra etica, un’altra politica senza eroi.
Le nostre gesta parlano del vivere nel mondo, qui, ora. All’ombra del fronte al baratro di senso si potrebbe concludere con il consiglio dato a Leucone, “sii saggia e filtra i vini e recidi ogni lunga speranza che oltrepassi il breve spazio del tempo immediato”. Tale sprono al disimpegno però appare in conflitto con il senso profondo dei nostri ricordi, al valore che attribuiamo a quei momenti preziosi di vita vissuta nel mondo. Essi, infatti, ci spronano a non recedere dal tentativo di lasciare un solco in questa bruna terra, bensì la loro finitezza ci avvisa dell’insensatezza del sacrificio del nostro dolore e quello degli altri sull'altare di un'idea trascendente. Ci rammentano che siamo uomini e che se v'è un senso a questo nostro fare e brigare, lo possiamo solo ritrovare in una solidarietà fatta di passioni, sangue, sudore e lacrime. Si riscopre il senso profondo di pluralità attualizzando il motto leopardiano: “quell'orror che primo contra l'empia natura strinse i mortali in social catena” ancora una volta ci dice di come ognuno di noi sia popolo e nessuno sia eroe.
Senza più campioni da rincorrere, possiamo scoprirci comunità. Si riscrive la nostra etica muovendo dal primato della libertà individuale e della possibilità di scelta alla centralità della solidarietà e della mutualità. Si apre quindi un percorso che nella finitezza ha riscoperto il senso dell’umanità.