19 Marzo 2014

Tutte le grandi storie meritano un finale memorabile. Se poi il finale rappresenta l’inizio di un’altra storia allora deve essere, sicuramente, ancora più straordinario. E cos’è il Graduation day per l’Univeristà di Scienze Gastronomiche se non la solenne chiusura di un percorso di studi e di crescita personale di donne e uomini pronti  a partire per altri viaggi?

I protagonisti di questa storia sono I laureandi, il coro dell'università, i professori, in prima fila il rettore Pier Carlo Grimaldi, il fondatore di Slow Food  Carlo Petrini e alcune comparse: Dario Fo, Carlo De Benedetti e Moni Ovadia.  La vicenda  si svolge a Pollenzo lo scorso dieci marzo.

 Il racconto inizia in realtà qualche anno fa’ quando i giovani che si sono laureati il 10 marzo decidono di iscriversi all’Università di Scienze Gastronomiche perché sanno di avere la grande passione per la gastronomia e cercano i mezzi e le giuste guide per coltivarla.  Quello che non sanno però è che le loro quotidianità sarebbero diventate insieme la vita comunitaria. Iniziano a  frequentare  un posto che appare estremamente diverso dalle altre facoltà, la spersonalizzazione che caratterizza la gran parte degli atenei italiani qui è sostituita dalla communitas.  È un concetto importante su cui il rettore Grimaldi e Petrini puntano molto: fare in modo che uniti gli studenti dell’Unisg siano più forti  che da soli e che condividano oltre al libretto anche un senso di appartenenza che permetterà di essere riconoscibili ovunque. A separarli  ci sono le loro  menti, le origini geografiche diverse, (ventisette quelle dei laureati)  e le esperienze passate  ma i ragazzi e le ragazze condividono per qualche anno la cosa più sacra che l'uomo può vantarsi di avere: una casa. Di questo parla Grimaldi il  giorno del Graduation Day cercando di guardare antropologicamente l'idea di communitas:  alla base di essa c'è il concetto di dono-controdono. La fitta rete di rapporti che si crea tra gli studenti e tra loro e i professori si costruisce sul principio di uno scambio spontaneo.

Pollenzo è stata una casa per i ragazzi che si laureano, alcuni di loro sono stati molto distanti dalle famiglie e ciò rende ancora più forte il legame con le Langhe. Questo rende il rapporto tra gli studenti e l'università  insolito,  intimo e in virtù di ciò le sue porte rimarranno aperte anche  dopo la laurea. Come ha ricordato Petrini:” La celebrazione finale non è quindi un addio ma si rafforza il rapporto tra gli studenti e la scuola”.  Il dieci marzo di quest’anno l'università di scienze gastronomiche ha ancora una volta detto  arrivederci ad un gruppo di laureati. Sono in ottantacinque tra quelli della triennale e della magistrale .Come ogni volta che si raggiunge un traguardo  anche durante il Graduation day si respira soddisfazione e ciò che anima i ragazzi è senza dubbio la speranza di avere il posto di lavoro ideale, di lanciarsi nel mondo per cambiarlo o aprire una piccola attività. Eppure per qualche ora  ci si dimentica di ogni praticità, del lavoro futuro,  della grande fatica passata, della tesi, degli esami . A regnare sono i simboli, il luogo, gli abiti tipici, la musica.    Gli studenti sono riuniti in chiesa, nella stessa chiesa che vedevano ogni giorno da qualche anno a questa parte. Questa volta però hanno  il  tocco e il tabarro,mantello tipico della Langhe cosi come loro anche i professori e il Rettore. Il tabarro che in epoca fascista era simbolo di anarchia e ribellione al potere era usato anticamente, sin dal Medioevo per le investiture e altre cerimonie solenni.  Il rettore, nel discorso introduttivo che precede la consegna dei diplomi parla degli abiti indossati come " Segni vestimentari, indiscusso racconto delle radici della terra che vi ha accolto e che è in lutto per la vostra partenza". E’ questo il senso dell'indossare il tabarro, l'abito tipico delle langhe: rendere omaggio a questa terra,alla terra che non potrà mai essere dimenticata dagli alunni, come ricorda l'inno universitario Pena de l'alma. E’ il coro dell'università a cantare l'inno ( insieme ad altri canti come Gaudeamus Igitur, Cielito lindo e la Spgnolita) aggiungendo un altro pizzico di solennità al momento. Non è  la ricerca di una magica atmosfera l'unico  motivo per cui il coro  nasce e non lo è neanche il voler formare musicalmente futuri cantori. Nella tradizione dei canti corali c'è ancora una volta l'idea della potenza della Comunitas, il desiderio di unire le voci che sarebbero meno forti da sole.

Questo è solo il terzo anno che la cerimonia della lauree ha l'attuale forma .Ci troviamo di fronte a un fenomeno particolare: è una tradizione (neo) nata con lo scopo di preservare le tradizioni della terra in cui l'università è sorta. Nei riti si perpetua la singolarità di questa scuola, verso la quale De Benedetti, ospite della cerimonia, mostra una profonda ammirazione. Crede nei laureati e nella professione del gastronomo, crede nel gusto italiano e nelle conoscenze che gli  studenti saranno in grado di condividere. Dice" Portate con voi il  gusto italiano, il nostro sapere e il piacere di stare insieme .Qui a Pollenzo avete imparato un modo  semplice e efficace di farlo”. Non è uno studente, è un imprenditore, ma si è laureato anche lui (vestito da alpino per sperare in qualche voto in più) e percepisce qualcosa nell'aria, un senso di famiglia che unisce i ragazzi . Qualsiasi cosa faranno nella vita avranno un obiettivo comune: trattare il cibo con la stessa attenzione con cui si tratta qualsiasi altro aspetto della cultura. E'  racchiuso in questo "compito"quello che Moni Ovadia, il secondo ospite della cerimonia definisce come "eccellenza dell'università". Per dirla con le sue parole :"Voi studiate per nutrire, nutrire lo spirito e nutrire il corpo e non c'è studio più alto di questo". Il senso delle conoscenze acquisite è finalizzato proprio al tentativo di rendere il cibo nobile  e non c'è maggiore nobiltà della condivisione di esso, nel fare  della tavola" il trionfo della comunità". L'amore viscerale per lo studio di Ovadia ha lasciato il posto all'ultimo ospite delle lauree, il  premio Nobel Dario Fo. E’ un elogio alla follia  ma anche alla cultura, non solo quella che si costruisce sui libri ma quella che ha bisogno di  intuizione, di vitalità e di immaginazione.

Studiare a Pollenzo da l'idea di essere chiusi in un universo distaccato, dove si cercano soluzioni  a problemi del mondo presente che sembra  essere infinitamente lontano. Eppure, ogni giorno, nelle Langhe, lontani dalla frenesia di qualsiasi città arrivano senza far rumore degli stimoli dall'esterno  che richiedono agli studenti la collaborazione, la condivisione dei bagagli culturali e esperienziali. E'un'università ma può essere vista come una grande fabbrica di idee: nascono progetti e fermenti sempre nuovi radicati nella tradizione. Nascono speranze di miglioramento. Non è sempre un male sognare se lo si fa con intelligenza. D'altronde  lo ha detto anche Petrini:  “Chi semina utopie raccoglie realtà”.

 

Teresa Cavallo