19 Febbraio 2015
Maurizio ha braccia possenti e lunghi capelli grigi, la sua voce infonde calore e sicurezza, dal 1978 con la sua cooperativa produce pasta e prodotti ortofrutticoli, il regime biologico è per lui un'assoluta priorità.
Anche Carlo ha braccia forti, capelli molto più corti e voce meno esperta, dal 2012 è contadino, fornaio e norcino, ma di biologico non vuol sentir parlare.
Ho incontrato Maurizio e Carlo in meno di una settimana, nell'arco di un più lungo periodo di visite ad aziende e produttori di molteplici filiere alimentari, il loro differente approccio alle pratiche biologiche mostra quanto possano essere diverse le opinioni a riguardo. Sfatiamo subito il mito del buono e del cattivo, in questo caso i due produttori hanno entrambi l'intento di realizzare un ottimo prodotto da un punto di vista etico, organolettico e nutrizionale, ma di fatto per farlo si avvalgono di pratiche differenti, o meglio di certificazioni differenti, visto che il pomo della discordia sta più nella classificazione che nei metodi produttivi.
L'agricoltura biologica non prevede l'utilizzo di prodotti chimici di sintesi, pesticidi e OGM, solo trattamenti con sostanze di origine naturale volti al rafforzamento della struttura delle colture o usati come deterrenti per parassiti, inoltre per mezzo di pratiche ecologiche di gestione del territorio, il suo intento è quello di creare una serie di benefici ambientali che si ripercuotano sulla qualità del territorio, del prodotto e delle persone. Questi benefici dovrebbero essere basilari per un sistema che si voglia definire realmente biologico, ma molto spesso passano in secondo piano e l'attenzione di chi produce e di chi fruisce biologico si concentra unicamente sui quantitativi e qualitativi delle sostanze utilizzate in fase di produzione.
La recente “fame” di prodotti biologici ha profondamente modificato il settore aprendo le porte a una scala di produzione più ampia e quindi contribuendo a snaturare in buona parte l'idea alla base del concetto di biologico, questo infatti per sua natura dovrebbe svilupparsi in realtà produttive di modeste dimensioni, per agevolare un'economia di filiera corta, facilitare lo sfruttamento della naturale fertilità del suolo, impostare la produzione sulla qualità più che sulla quantità e tutelare e promuovere la biodiversità del territorio, tutti punti che difficilmente si conciliano con la produzione di larga scala. In Europa la Germania è il paese con il più grande giro d'affari legato al biologico, nel 2013 le vendite sono aumentate del 7,2%, ma le aziende agricole solo del 2% e la superficie coltivata a biologico solamente dell'1%.; questo si traduce in uno sfruttamento più intensivo del suolo e una produzione che rincorre i grandi numeri richiesti dal mercato. Così concepiti i prodotti BIO, massificati nella produzione e nella diffusione, diventano anonimi e con l'identità scompare anche il valore di alternativa possibile al mercato convenzionale.
Il marchio BIO posto sulla confezione di un alimento sicuramente tutela il consumatore riguardo alla genuinità, che è però solo uno dei parametri che dovrebbe identificare un prodotto come biologico e purtroppo non sempre è accompagnato da una uguale sostenibilità della produzione. Nei vari stati dell'Unione Europea non c'è una vera omogeneità nella modalità e frequenza dei controlli e in ogni paese ci si può affidare a enti certificatori più o meno permissivi, così non c'è da stupirsi che produttori virtuosi, per non omologarsi a situazioni di qualità differenti, scelgano di non abbracciare il biologico pur avendone i requisiti e che quindi l'insieme dei produttori che utilizzano pratiche biologiche sia più ampio del sottoinsieme dei produttori certificati. Molti produttori infatti non ritengono adeguate le modalità di certificazione di alcuni enti e a questo proposito spingono perché entrino in vigore in maniera paritaria le certificazioni partecipative che, con una metodologia d'azione differente basata sul territorio, coinvolgendo tutti i soggetti della filiera del prodotto si porrebbero come alternativa di migliore oggettività per la certificazione della qualità delle produzioni.
È importante che il consumatore abbia presente questo concetto per capire che non tutto il buono è custodito da un “bollino” e che c'è bisogno che questo sia legato unicamente a un regime di qualità di tutta la filiera del prodotto, che gli dia credibilità per non dividere i produttori virtuosi, per evitare la possibile deriva del marchio BIO e porlo come concreta alternativa alle produzioni del mercato convenzionale.
Distinguere un buon prodotto non è sempre facile e un marchio certamente può e deve aiutare, ma un viaggio a ritroso nei luoghi di produzione, a tu per tu con braccia possenti, capelli più o meno lunghi e differenti toni di voce fuga ogni dubbio di qualità, perché in fondo, se lo conosciamo, un cibo lo scegliamo per la sua storia, che dice più di un'etichetta !
Guido Bravi