05 Giugno 2015
Arrivo a Genova in macchina, che è il modo peggiore perché i parcheggi qui non esistono e se ci sono si pagano cari o comunque sono già occupati. La serata è tiepida e i grandi traghetti giù al porto hanno già il profilo tratteggiato dalle lampadine accese, i miei vecchi coinquilini mi aspettano in un localino vicino, mi ospiteranno per 5 giorni in quella che per anni è stata la mia casa: domani inizia Slow Fish.
Qualche anno fa c'ero già stato a Slow Fish, ma senza la dovuta attenzione, divorai una frittura e girai qualche stand con disinteresse, ricordo che era una bella giornata e che me ne andai al mare. Ora quel giorno mi sembra molto lontano e a breve avrò un ruolo attivo al gran ballo dei pesci lenti.
La manifestazione è aperta a tutti e molteplici sono le sue sfaccettature qui al porto antico, così come tanti sono i suoi interpreti. Irene ha 25 anni, da lei ricevo il mio pass identificativo da mettere al collo, prima di me un turista le chiede banali informazioni («Slow Food dov'è ?»), poi due ragazze estoni faticano a farsi comprendere, subito dopo un canuto espositore le comunica che nel suo stand è saltata la corrente. «Chiamo subito l'elettricista per risolvere il problema» «Vieni tu o l'elettricista?» « L'elettricista.» «Peccato, era più bello se venivi tu.» Non dev'esser facile per lei arrivar a sera rilassata in questi giorni, glielo leggi negli occhi, ma Irene sa quel che vuole e dopo aver studiato Scienze Gastronomiche a Pollenzo si è lasciata abbracciare da Slow Food e da due anni è la responsabile dei contatti con i produttori marchiati dalla chiocciola. È contenta del suo lavoro. «Qui a Slow Fish sono il tramite fra il commerciale e l'ufficio tecnico, sono il braccio armato della fase operativa» Molta logistica insomma per Irene, ma anche tante storie di cibo e di persone. Anche Maria Luisa lavora per Slow Food, è la responsabile dell'ufficio tecnico e a Slow Fish, come negli altri eventi, si occupa di tradurre in pratica i contenuti teorizzati dalla manifestazione. La incontro su una panchina sotto il sole cocente e le faccio qualche domanda, ha 35 anni e una voce molto sicura, parla con pertinenza soppesando bene le parole «Slow Fish è una delle manifestazioni a più ampio contenuto politico fra quelle organizzate dal nostro movimento ed è importante che rimanga tale facendo leva sulla qualità dei contenuti. Se questi verranno a mancare la manifestazione stessa perderà il suo vero interesse.» Maria Luisa mi parla del mercato ittico all'ingrosso e mi spiega che Slow Fish lo rispetta come entità economica che genera un indotto per la comunità locale, ma al contempo ne vorrebbe cambiare le dinamiche. «Due edizioni fa i grossisti che ne gestiscono i banchi vendita non ci avevano nemmeno voluto incontrare e il mercato del pesce non fu coinvolto nella manifestazione, oggi invece aderiscono praticamente tutti. L'obiettivo è far sì che questo mercato proponga un pesce più sostenibile anche il resto dell'anno, non solo durante Slow Fish.» Sì, perché a Genova, porto di mare per antonomasia, il pesce arriva per il 95% da Milano, dove il mare lo si vede solo nei calendari sulle scrivanie degli uffici, ma in compenso c'è un grande hub aeroportuale ottimo per instaurare un mercato (il primo d'Italia) di vendita e smistamento basato su pesci che ormai fanno più strada da morti che da vivi, più nei cieli che nei mari. Pesci con le ali.
Eccole quindi le tematiche politiche, fulcro vero della manifestazione che hanno condotto a Genova gli esponenti dei pescatori, coordinati in rete da Michèle Mesmain che cerca di dare voce e visibilità alle problematiche di chi il pesce e il mare lo conosce e lo vive quotidianamente e forse dovrebbe aver più diritto di parola di chi il pesce non lo ha mai visto fuori da un piatto e legifera anche per loro. Non conosco Michèle direttamente, ma nella comunità di Slow Fish è nota un po' a tutti, qui è di casa anche se non ha alcun pass al collo, è francese, vive in Italia e la sento parlare in spagnolo subito prima di tenere una conferenza in inglese. Marco lavora con lei da qualche mese, e mi parla del duro lavoro di coordinamento delle varie comunità di pescatori sparse nel mondo, chiacchieriamo per un po' poi ci salutiamo e mi dirigo verso l'area degli espositori.
Allo stand della colatura di alici di Cetara mi sta aspettando Pietro Pesce, che con quel cognome non può che essere il presidente dell'associazione “Amici delle Alici”, una vocazione la sua, a promuovere un prodotto che dal 2003 è diventato presidio Slow Food, una passione che si rivela ad ogni parola, ogni sguardo che rivolge indistintamente a chiunque mostri interesse per il suo lavoro. Non gli importa che Cetara sia a 741 km da qui, sarà contento ugualmente di essere una tappa l'indomani del tour guidato che gli propongo anche se difficilmente rincontrerà le persone che si troverà di fronte.
Complice il bel sole del pomeriggio, la grande piazza sul mare progettata da Renzo Piano si è riempita di visitatori, driblo un paio di famigliole e mi dirigo verso l'adiacente mercato ittico, eccezionalmente aperto e visitabile tutto il giorno con un allestimento differente in occasione di Slow Fish. All'interno è in corso una pittoresca asta del pesce, tra le tante persone nel pubblico scorgo anche Alessandro Canova, il veterinario ASL responsabile dei controlli sanitari della struttura, l'ho conosciuto un paio di settimane fa quando ho partecipato ad un periodo di formazione qui a Genova in previsione di Slow Fish. È una persona pacata e serena, indossa un camice bianco da lavoro e la sua tranquillità è spiazzante in mezzo alle urla e lo sbracciarsi generale dei venditori che animano il mercato. Anche lui contribuisce alla buona riuscita della manifestazione con le nozioni impartite a chi a sua volta del pesce e del mercato dovrà parlarne al pubblico e con gli orari extra di lavoro di questi giorni.
Mentre mi muovo tra squame cangianti, geometrie di pinne e branchie, occhi vitrei e bocche spalancate mi appare il sorridente volto di Matteo, biologo marino dell'università di Genova nonchè gestore di un banco di pescheria in città. Lui è “grande” in tutti i sensi: grande è il suo soprannome, grande è l'appellativo con cui lui si rivolge a chiunque, grande è la sua statura, ma soprattutto grande, grandissima, è la sua conoscienza in fatto di pesce, per lo meno così pare ai miei occhi e orecchie, completamente rapiti dalla precisione meticolosa con cui classifica gli abitanti dei mari, analizza i metodi di pesca e valuta la freschezza del pesce. Matteo ha un dente di squalo per collana, una canna da pesca sempre pronta, un'occhio costantemente puntato alle condizioni meteomarine e una collezione di pesci rari gelosamente custodita in casa. La pesca è la sua vita. Faceva i controlli sanitari qui al mercato ittico in passato e infatti ora si muove tra I banchi come fosse in casa di amici. Nel futuro gli piacerebbe coltivare la divulgazione della sua materia, ma ancora non c'è riuscito. Matteo a Slow Fish, insieme ad altri biologi marini, sosterrà noi studenti di Scienze Gastronomiche durante l'attività di personal fisher, percorsi guidati incentrati sulla sostenibilità della pesca.
Esco dal mercato e lentamente faccio ritorno verso lo stand della mia università dove a fine giornata ci si ritrova tutti per bere qualcosa e fare il punto della situazione. Agli studenti sono affidate infatti anche altre attività che vanno dall'educazione alla ristorazione, la comunicazione, il supporto ai produttori e lo svago, tutte coordinate dalla condotta Unisg di Slow Food, una fucina di idee, un laboratorio aperto che si impone come ennesimo volto della manifestazione genovese, è la faccia dinamica dei giovani volontari desiderosi di mettersi in gioco con se stessi e con gli altri.
Mentre percorro a ritroso la via del porto antico i gabbiani già volteggiano nei primi rossori del tramonto, ripenso alle singole persone che ho incontrato, alle loro facce, alle loro storie.
I pesci di piccola taglia per difendersi dai predatori fanno fronte comune costituendosi in banchi, ingannano il pesce grosso sommando le loro micro forze. La pesca virtuosa è esattamente questo: un banco di piccoli interpreti che trova concretezza e ragion d'essere solo coalizzando le proprie forze. Perché ciò sia possibile è necessaria una rete comune, quella rete che non cattura, ma unisce è Slow Fish e ad intesserla sono tutte le eterogenee facce che ho appena incontrato. Facce di pesci lenti.
Guido Bravi
...facce da Fish!
