27 Giugno 2016
Un primo sussulto d’allerta in piena notte. Una crepa nel muro che risale la parete di una casa a scatti bruschi. Giunge all’apice del cornicione, poi un rumore grave di cocci e una polvere di intonaco secco. Dopo, il sussulto si fa scossa e la parete prima incrinata ora ondeggia e si sgretola. In lontananza, nel buio, i contorni delle case si deformano man mano che le macerie cadono, mostrando i mattoni nudi e i focolari domestici. Il terremoto, prepotente, non risparmia nulla e spazza via città e vite in un batter d’occhio, indifferente. E a chi la scampa, in pochi istanti non rimane niente più di ciò che ha indosso.
A distanza di anni, non sono ancora scomparse le tracce di un fenomeno distruttivo che ha lasciato interi centri abitati congelati in quegli istanti di terrore. A passi ampi, ci facciamo strada tra l’erba alta che ora ricopre i sentieri della zona rossa del piccolo paese di Poggio Picenze, in provincia dell’Aquila. Facendo attenzione ai resti di lamiere sul nostro percorso, osserviamo quel che è rimasto di un paese fantasma. Pentole lasciate sui fornelli, cosparse da intonaco e cocci crollati, il triciclo, forse di una bambina, abbandonato in un salotto, come se fino a ieri fosse stato usato. Le stanze ai piani superiori, sprofondate al suolo per metà, lasciano in vista letti disfatti, asciugamani ancora appesi in bagno, e porte d’ingresso che si aprono su pavimenti che non ci sono più.
Il vero terremoto però doveva ancora arrivare. Quelle scosse notturne purtroppo erano state unicamente il primo assaggio di una situazione di stasi che si sarebbe creata nei mesi a seguire. L’intera regione si era fermata, tutto era passato in secondo piano soppiantato dal dolore della morte.
Bisognava muovere le carte in tavola e riaprire i giochi per permettere alla regione di riprendersi. Ma questa volta la grande mano invisibile aveva giocato una mossa sbagliata: industrie, caseifici, aziende agricole, piccoli e grandi produttori avevano cessato la loro attività a causa del sisma. Per questo motivo, numerosi prodotti erano rimasti stipati all’interno di magazzini, in vana attesa di essere venduti. Come liberarsi di tutto quel surplus di merci?
Purtroppo la risposta a tale domanda non è stata trovata. O meglio, una soluzione c’era, ed era palese: l’acquisto da parte dello stato dei prodotti invenduti. Ciò avrebbe permesso anche solo la minima ripresa dell’economia locale. Ma il sistema burocratico ha optato per un metodo più usuale: una gara di appalti sembrava infatti la soluzione migliore. “Tutto il cibo arrivava da altre città: pane, pasta, carne, verdure… tutto! Non c’era nulla delle nostre terre, e questo è stato il peggio che potesse accadere all’economia abruzzese”, spiega Silvia, agronoma e rappresentante di Slow Food Abruzzo.
Gli aquilani furono inoltre trasferiti nelle tendopoli, dove le condizioni di vita erano tutt'altro che confortevoli: il minimo indispensabile per sopravvivere e niente di più. “Ovviamente, eri obbligato a mangiare i pasti pronti forniti dallo stato, ogni giorno, alla stessa ora. Non si poteva mica cucinare!”, continua Silvia. “E questo non è un aspetto da sottovalutare. Il cibo infatti è una consolazione. Pensate a quando siete tristi, quando state male, quanto il cibo può cambiare la vostra condizione; una minestra calda, un pezzo di cioccolato, del tè. Ma questa consolazione nelle tendopoli non era possibile. Dovevi mangiare quello che ti davano”.
Ma c’è di più. La cultura gastronomica di tutta la regione era andata persa in poche ore; i locali storici del centro e la piazza del mercato contadino erano inagibili a causa del terremoto. “Tutti i ristoranti sono andati distrutti”, osserva Eugenio, giovane chef dell’osteria Paneolio di Poggio Picenze. Poi spiega: “La piazza del mercato non c’era più. Non che servisse ovviamente. Diciamo le cose come stanno: dopo quello che era successo, la gente aveva ben altro a cui pensare. Ma con il tempo, quando le persone hanno provato a ricominciare, si sono rese conto che il terremoto aveva cancellato la cultura aquilana, soprattutto quella gastronomica. I ristoranti, il mercato, e tutti i negozi che vendevano i prodotti tipici non c’erano più. Chi durante il terremoto era ancora bambino, ha vissuto in una città che non era L’Aquila. Che ne sanno loro della nostra cultura? L’unico posto in cui si poteva stare erano i centri commerciali, che di certo non rappresentano la nostra città e il nostro cibo…”.
Le colline verdi, i borghi arroccati e gli antichi centri storici caratterizzano da sempre il paesaggio abruzzese. Dopo il terremoto, l’aggiunta necessaria di numerose gru ha modificato il panorama naturale, facendo di esse simboli di ricostruzione e di speranza per tutti gli abitanti. Il sisma segna l’anno zero: da allora lavori e cantieri aperti sono all’ordine del giorno. Ma quanto tempo ci vorrà per ristabilire il vecchio ordine?