26 Maggio 2015
Si è detto e si è scritto ormai quasi tutto e di tutto sulla fotografia di cibo. Sulla bulimia d’immagini di sterili piatti fotografati e precipitosamente pubblicate sui social network, sulla primaria importanza di averli prima immortalati, quei piatti, e solo dopo gustati. Sul foodporn, sul quando “il ricordo sensoriale si perde per affidarsi al ricordo visivo”.
Realizzare questa intervista ha voluto dire per me ragionare su quello che oggi può ancora dare la fotografia di cibo, ma anche capire nell’attuale ingordigia iconica quali siano i significati nuovi e inconsueti che un corso di food photography può stimolare all’interno di una università che del cibo ne fa fondamento. Gastronomia e Food Photography: il cibo ne è oggetto e soggetto.
Ho intervistato il fotografo e docente di Food and Travel Photography survival kit, Alberto Cocchi. Questo, in 4 brevi domande e 4 lunghe risposte, è quello che ci siamo detti.
C.C.: “Come è nato il rapporto con l’UNISG, cosa l’ha portata qui e cosa la spinge a tornare?”
A.C.: “Il mio percorso di insegnamento nasce come coordinatore didattico del Toscana Photography Workshop, un importante centro di workshop italiano, di cui sono stato per qualche anno socio e coordinatore didattico. Nel 2005, quando il master era ancora a Colorno, fui contattato dall’Università di Scienze Gastronomiche perché stavano facendo la selezione di alcuni insegnanti e stavano cercando un fotografo che avesse esperienza di insegnamento e potesse insegnare in lingua inglese. Era il primissimo master. Ho vissuto 10 anni negli Stati Uniti, sono laureato in economia e commercio e la fotografia è stata una scelta di vita fatta anni dopo che avevo lasciato il mondo della finanza, un interesse che è poi diventato una professione. Quando nel 2005 fui contattato dall’UNISG, fin dal principio ci trovammo bene, la cosa mi interessava e iniziai. Da allora sono passati dieci anni e più di venti master.
L’insegnamento di una volta era totalmente one way, monodirezionale. Per me l’insegnamento, proprio perché non ne sono un professionista, ma amo condividere un certo tipo di conoscenza, è un apprendimento circolare; gli studenti imparano da me e io imparo da loro. Negli anni ho avuto delle soddisfazioni immense ed in ogni progetto con gli studenti trovo delle creatività abbastanza importanti.”

C.C : “Cosa vuole insegnare ai suoi studenti?”
A.C.: “Secondo me l’educazione all’immagine è una cosa che andrebbe messa obbligatoria in tutte le facoltà che hanno a che fare con comunicazione, perché che si tratti di grano allo stato puro o di un piatto elaborato è necessario saperlo comunicare con le immagini.
Il titolo del mio corso è Food and Travel Survival Kit, un kit di sopravvivenza per la fotografia di cibo e di viaggio. Il corso all’inizio era prettamente di fotografia di cibo e viaggi, poi si è evoluto. Il concetto è di dotare gli studenti di una base tecnica e tanta terminologia, perché la fotografia con l’avvento del digitale non è più un semplice scatto fotografico da portare al cliente. Oggi la fotografia è anche estremamente tecnica perchè ci sono tutta una serie di terminologie molto importanti. Il linguaggio tecnico è un linguaggio fondamentale e spero che gli studenti escano dal mio corso con un’infarinatura, una base di informazioni utilizzabili e fruibili.
Siamo nell’era del punto di vista personale. Ormai ogni persona vuole esternare quello che sta guardando in quel momento, c’è un bisogno di condividere cosa si sta guardando, cosa si sta mangiando, cosa si sta facendo, quindi è giusto che le persone abbiano un minimo di capacità di comunicare quello che vogliono dire, quello che è la teoria dell’immagine, la formalità dell’immagine. Fatto ciò, poi, c’è tutta la parte pratica in cui simuliamo lo studio fotografico vero e proprio e l’analisi delle fotografie per cercare di capire cosa funziona e non funziona in un’immagine.
La fotografia non si può insegnare sui libri, la fotografia si spiega solo con la macchina fotografica in mano. L’etimologia della parola fotografia è una combinazione di fos, luce, e grafè, scrittura: è una scrittura con la luce, una grafia luminosa. Lavoro molto con i ragazzi educandoli a vedere la luce, a capire di che tipo di luce si tratta, perché tutto nasce da lì: che tu debba fotografare un pomodoro o un paesaggio, devi avere la sensibilità di vedere la luce. Questa sensibilità si acquisisce solo con la pratica. Cerco di fare in modo che gli studenti fotografino sia allestendo in aula un vero e proprio studio fotografico, sia attraverso una sessione pratica all’esterno.
La fotografia di cibo ha certe piccole regole che nessun altro tipo di fotografia ha che secondo me sono importanti. Si inizia da queste per poi sviluppare un linguaggio personale.”

C.C.: “Insegnando ai master che hanno la comunicazione come tema principale, quale messaggio pensa possa o debba trasmettere una fotografia di cibo o di viaggio oggi?”
A.C. : “Io cerco di trasmettere ai ragazzi di utilizzare il più possibile la fotografia per documentare il cibo vero, il cibo genuino. Bisogna imparare a valorizzare tutto ciò che ci sta dietro e come si può lavorare su un produttore, far vedere la fierezza delle persone, come lavorano, le mani delle persone che fanno ancora le cose come vanno fatte.
È importante che gli studenti capiscano che bisogna documentare bene e in modo equo quello che loro vedono e descriverlo in maniera giusta e accurata.”

C.C.: Lei nasce come fotografo di architettura. Un tipo di fotografia nella quale il tema della presenza umana è spesso dibattuto. Che rapporto c’è invece tra questa la fotografia di cibo?
A.C. : “Alla fotografia di cibo sono arrivato per scelta perché ho sempre trovato la fotografia still life sempre un pò noiosa, mentre il cibo invece è qualcosa di vivo, di molecolare, di biologico. Ha una storia che culmina in qualche cosa e il poterlo rendere al meglio fotograficamente è una sfida fantastica. La cosa bella di una fotografia di cibo è anche la sua unicità. Non fotograferai mai lo stesso piatto identico, perché anche all’interno di un layout assolutamente rigoroso che può avere uno chef stellato ci sarà sempre una microdifferenza. Questo è stupendo, perché un bullone, invece, è sempre uguale a se stesso. Questa irripetibilità del cibo pone il fotografo con uno spirito d’animo volto ad eternalizzare il momento. Noi abbiamo questo atavico bisogno di rendere eterno ciò che è già passato. Quel cibo nella fotografia è eterno, unico e induplicabile, quindi, il massimo.
Anche se nella fotografia di cibo vera e propria si fatica ad inserire la figura umana - se non, ad esempio, una mano - è bello far vedere la filiera, da quali mani arriva una materia prima, da quale faccia, da quale lavorazione, che magari una che si faceva 100 anni fa; è bello poter documentare tutto questo. È molto giusto che il cibo venga contestualizzato fotograficamente, perché il piatto rischia di essere un soggetto sterile fine a se stesso, trascurando la centralità del discorso. Del fatto che è il risultato di un pensiero, di un gesto tecnico e creativo e che come tale va catturato. C’è un libro, quello di Ferran Adrià, ‘ Un giorno a El Bulli’, dove non c’è neppure una foto di un piatto. E’ solo la vita di El Bulli e di ciò succede dietro le quinte.”
La cucina messicana, il pasto gastronomico alla francese, la dieta mediterranea e la più recente cucina giapponese (2013): Patrimoni Immateriali dell’Umanità UNESCO protetti da una volontà comune di tutela e promozione. Rifletto su quanto scritto sull’impegno morale della fotografia (di cibo e di viaggio) e la vorrei sempre con l’obiettivo puntato su questi patrimoni, moderne resilienze gastronomiche se non prima culturali.
Camilla Cipriani
