24 Marzo 2016

Cibo e resistenza. Come, cosa si mangiava durante la guerra, durante la fame, quando il pane era un momento di condivisione che permetteva di “tornare umani” e la “più bella parlata sulla fine del fascismo era la pastasciutta in bollore” (Cit. Alcide Cervi, ”I miei sette figli”). Aspetti su cui forse nessuno di noi si è mai soffermato tanto e su cui, invece, dovremmo imparare a riflettere. Perché noi, che di cibo parliamo ogni giorno, che parliamo tanto di sprechi senza sapere che la “sobrietà alimentare” cinquant’anni fa era una necessità e non un’ideologia, forse alcune storie le dovremmo conoscere.

Lorena Carrara e Elisabetta Salvini sono ospiti, presso l’Università di Pollenzo, per presentare il loro nuovo libro edito Fausto Lupetti Editore, “Partigiani a tavola”. L. Carrara, laureata in lettere e specializzata poi in cultura dell’alimentazione, apre il discorso
sulle ragioni che l’hanno portata, insieme alla sua amica e collega E.Salvini, a scrivere il libro: “volevamo raccontare, con un approccio diverso da quello storiografico, l’evento mondiale che con tutta probabilità è stato il più importante dell’ultimo secolo”. Siamo in un’Italia che è stanca ma che soprattutto ha fame, “di pane e di pace”. Siamo negli anni che vanno dal ’43 al ’45, gli anni della resistenza, gli anni dei partigiani. Sono loro che Carrara e Salvini vogliono raccontare. Uomini di cui la storiografia ha sempre parlato in termini retorici,  uomini che in realtà uomini non sono più, hanno perso la loro corporeità, sono stati sottratti al loro tempo e al loro spazio per diventare eroi. La riflessione delle due giovani autrici colpisce molto, e colpisce ancora di più il loro intento, di ridare un corpo a questi uomini, attraverso il più semplice e allo stesso tempo originale strumento: il cibo. È ormai risaputo che la memoria legata al cibo sia quella in noi più radicata: l’immagine del critico Anton Ego che assaggiando una ratatouille - nell’omonimo film -  fa un viaggio indietro nel tempo, fino alla sua infanzia, è emblematica: il cibo richiama all’immaginazione momenti e sensazioni e, attraverso esso, l’immaginazione viene calata nella corporeità. Mangiare un pezzo di pane è immaginarsi partigiani. Immaginarsi dividere quel bene prezioso con i compagni di battaglia è capire fino a che punto quel gesto, perché no, anche così “dolorosamente” compiuto, ha contribuito a formare l’ideologia per cui i partigiani avrebbero combattuto e sarebbero morti.Partigiani_a_tavola

Dopo l’introduzione di Carrara, subentra E.Salvini, laureata in Lettere Moderne e specializzata in “Storia di Genere e Politiche di Pari Opportunità”, si presenta come storica contemporaneista e storica di genere. “Mi occupo di donne”, dice. Attraverso le donne la visione “mitica” della resistenza, cui prima si accennava, cambia volto. Il racconto si cala nella quotidianità, si cala nei problemi di mogli e madri che non sanno cosa dar da mangiare ai loro figli e che scendono in piazza per chiedere “pane”. Salvini volge il discorso alle fasi precedenti la resistenza. L’Italia viene da vent’anni di fascismo, un totalitarismo “imperfetto” che, tuttavia, di fatto, ha plasmato la vita degli Italiani, dall’indottrinamento dei bambini fino alla tavola e al cibo. Lampante è, in tal senso, il discorso che Mussolini fa nel dicembre del ’35 alle donne e alle massaie che “devono imparare a cucinare in modo nuovo”. L’autosufficienza alimentare infatti, la cosiddetta “autarchia” che fino a pochi anni prima era stata voluta dal duce per creare un’immagine di “forza” italiana, ora, dopo le sanzioni ricevute in seguito all’illegittima invasione dell’Etiopia, è diventata una primaria necessità. I ricettari fascisti indirizzati alla massaia borghese si diffondono numerosi e valori come la parsimonia e l’autarchia risuonano nelle cucine degli Italiani. Il nuovo regime cambia le abitudini alimentari nel profondo,  il fascismo, di fatto, plasma il corpo della popolazione. È in quest’epoca che nascono prodotti alternativi, il “nescafè” o il dado per il brodo , che oggi usiamo abitualmente senza sapere che stiamo maneggiando un piccolo pezzo di storia. Surrogati, liofilizzati, ma anche ricette dei “senza”, come ad esempio la maionese senza uova, sono esempi di quanto quella cultura, allora imposta e a lungo sofferta, oggi si sia trascinata fino a noi, assumendo, però, sembianze molto più frivole, quasi modaiole.Zamara-cucina-resistenza

Viene da riflettere. Carrara e Salvini sono state capaci di portarci in un’epoca tutto sommato vicina ma, di fatto, troppo lontana. E mentre la conferenza si chiude con l’immagine festosa della famiglia Cervi che il 25 luglio del ’43 scende in piazza per festeggiare la fine del fascismo con ben 380 chili di maccheroni, nella mente rimane una sensazione più cupa, l’ombra di una riflessione che dobbiamo e che, certamente, il libro “Partigiani a tavola” ci aiuterà a fare.