03 Ottobre 2016
Non solo irresistibili stand provenienti da tutto il mondo lungo le affollatissime strade della prima capitale dell’Italia Unita: nel contesto di Terra Madre Salone del Gusto 2016, che ha aperto le danze il 22 settembre, c’è stato modo di discutere vivacemente di cibo dal punto di vista umanistico-filosofico, con la conferenza Cibus Vivendi, tenutasi a Palazzo Nuovo, nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Torino.
Nell’arduo compito di dirigere e moderare i lavori di dibattito tra ben 8 filosofi e sociologi dell’Università di Torino, vi è il professor Paolo Corvo, docente di Sociologia presso il nostro Ateneo. Dopo i saluti del professor Pier Carlo Grimaldi, la conferenza ha preso il via ad opera del professor Renato Grimaldi, docente di Sociologia presso l’Università di Torino, il quale ha posto ai colleghi ed a tutta la platea una domanda di base fondamentale: “Come si può studiare il cibo dal punto di vista umanistico?”.

In primis: analizzare l’alimentazione dal punto di vista semiotico? Prendendo spunto dagli studi di Roland Barthes, semiologo e linguista francese, durante la conferenza è emerso come tutto ciò che viene definito come “tradizione”, termine eccessivamente abusato dai mass media e che si collega ad un qualcosa di statico ed immutevole, si identifichi in realtà come “traduzione”: l’alimentazione dal punto di vista filosofico si presenta come un vero e proprio codice di segni riguardanti il cibo con una propria grammatica. Questo “linguaggio del cibo” va a determinare ciò che è edibile per il nostro corpo non solo fisicamente (ovvero tutto ciò che mangiamo e che non ci reca alcun danno biologico), ma anche culturalmente: prendendo a titolo esemplificativo il caso assai dibattuto oggigiorno riguardante le pratiche di entomofagia si può quindi a buona ragione affermare come “l’edibilità del cibo sia un prodotto esclusivamente culturale”. In maniera che ha a dir poco del preoccupante, però, sta emergendo come questo linguaggio del cibo, nell’opulento e ricco mondo occidentale, stia al giorno d’oggi fortemente cambiando: si può parlare al riguardo di “gastromania”. Alla luce del giorno si sta verificando “una estetizzazione dell’esperienza alimentare”: in un pianeta dove oltre un milione di persone non ha sufficiente quantità di cibo per sfamarsi, per il Primo Mondo il cibo ricopre una sorta di attrazione “pornografica” oramai innegabile. I grandi chef a livello mondiale compaiono in ogni dove e vengono interpellati anche per questioni non inerenti esclusivamente al campo alimentare, i social network sul food spopolano e anche per le aziende un loro attento uso è di fondamentale importanza. “Il cibo, il cibo esteticamente attraente e seducente, ormai pervade la nostra vita in ogni dove”. Il cibo, il quale dovrebbe costituire un “diritto vitale” per ogni individuo, nel mondo occidentale, è una ossessione vera e propria: una forma di arte espressa da una società sempre più schizofrenica, la quale persegue il fatale modus operandi di “tutto subito con maggior guadagno possibile nel minor tempo”. Il cibo è un’utopia, come ci ricorda lo splendido capolavoro Il Paese della Cuccagna del pittore fiammingo del XVI secolo Peter Bruegel, secoli addietro: “Siamo qui a parlare, ad arrovellarci e discutere di cibo tutti insieme, sul suo significato filosofico e sociologico, perché di cibo ne abbiamo a sufficienza, forse anche troppo”. In un mondo dove gli sprechi alimentari sono noti pressoché a tutti si può a ben ragione affermare che “mangiare non è un atto innocente”.
Questa mania, ossessione, ansia del cibo esteticamente perfetto che deve pervadere la vita di ogni individuo di fatto ovunque non è però un qualcosa di esclusivamente contemporaneo: curiosamente ogni epoca storica, in specie quelle di passaggio (Tardo Antico, Basso Medioevo, Fine Rinascimento) ha visto una sclerotizzazione riguardante il cibo, in primis in campo religioso ed artistico: questa gastromania dei nostri giorni può essere considerato un avviso, un allarme, un sintomo per cambiamento storico che prima o poi dovrà verificarsi? Una prospettiva che ha a dir poco dell’apocalittico ma che deve farci riflettere e poi… agire!