17 Giugno 2015

Premetto: c’era del pregiudizio. L’ennesimo evento di Expo, la centesima mostra sul cibo. Senza lettura alcuna di recensioni e comunicato stampa, varco propedeuticamente la familiare soglia della Triennale di Milano per valicare subito dopo quella ancora sconosciuta dell' “unico Padiglione di Expo Milano 2015 in città”, la mostra Arts & Foods, che apprendo dal cartellone informativo in ingresso, avvalersi di Germano Celant, già direttore della 47esima Biennale di Venezia, come curatore e dello Studio Italo Rota per l’allestimento.

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Domina l’atrio del Palazzo dell’Arte un’istallazione che alimenta il mio scetticismo offrendomi come primo colpo d’occhio l’immagine del noto marchio con archetti gialli su fondo rosso, non un buon inizio per una mostra sul cibo e i suoi rituali, o forse, una sottile provocazione?

La mostra si rivelerà laboriosamente articolata in tre fasi narranti il rapporto del cibo con l’arte e i suoi diversi linguaggi e dell’arte a servizio del cibo, indagando le relazioni attraverso due piani di lettura: nella prima parte quello cronologico, nelle restanti quello tematico.

La prima sezione si apre con quadro del 1880 di James Ensor, Natura morta con anatra, e si chiude con una raccolta di oggetti in plastica di Guzzini e Alessi degli anni 50-60. Nel mezzo quasi un secolo di storia, non del cibo e dell’alimentazione come erroneamente prevedevo, ma di storia dell’arte e del design che al cibo e all’alimentazione molto devono, raccontate attraverso molteplici espressioni quali pittura, scultura, fotografia, riproduzioni in scala 1:1 di ambienti domestici, negozi e caffè dell’epoca, oggetti di design per la casa, arredi, attrezzi del mestiere e utensili. Emergono alcuni temi come il Cibo in viaggio, il Cibo e la Ritualità,esemplificativo è il rito del sakè giapponese, l’Art Nouveau e lo Jungendstil. Il quotidiano attrae il mondo dell’arte e lo contamina, in questo caso come sodalizio con il design italiano come succederà con il futurismo che vede Giacomo Balla realizzare un servizio da the e Luciano Baldessarri progettare il bar Craja a Milano.

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A guardar bene fra teche e ambienti ricostruiti, una sezione in particolare  colpisce per la sua eccezionale attualità, nell’abito del discorso americano sulla guerra, numerose pubblicazioni dell’epoca vennero dedicate all’orto di guerra sottotitolando espressioni del tipo “come si coltivano e si cucinano gli ortaggi” ,“nozioni e consigli di orticoltura pratica”, testi ancora oggi brillanti e necessari: ingiallita la copertina, ma non il contenuto.

La seconda sezione fra pareti di giallo fosforescente dipinte accoglie la voglia di rinnovamento degli anni ‘60-’70 nel consumo di cibo e nelle forme di convivialità attraverso nuovi importanti contributi come quello della fotografia, dell’arte contemporanea, del cinema e della pubblicità. Il cibo in questa cronologia arriva però anche a declinarsi nelle sue forme più consumistiche ed diventa oggetto dello sguardo critico dell’arte, come ci ricorda l’immancabile zuppa Campbell’s di Andy Warhol o la gigantesca insegna luminosa che a intermittenza abbaglia lo spettatore con la parola Eat (Robert Indiana, The Electric Eat, 1964). In questa storia americana c’è spazio solo per un piccolo ambiente di storia italiana, fra foto di cassiere simbolo dell’ottimista modello di vendita moderno e gadget pubblicitari gonfiabili di noti marchi alimentari degli anni ’60.

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Lascio questo ambiente dai colori fluorescenti accompagnata dal motivetto mandato in loop dei grocery store americani e salgo al piano superiore per la terza parte di questa apparentemente mostra infinita. L’allestimento si fa di un bianco accecante, cosparso di opere di arte contemporanea e paradossalmente vengo avvolta da un forte odore di pane che scoprirò provenire da un'opera di Mario Merz, (lgloo di pane, 1989). In questa sezione il cibo torna protagonista nella sua veste più materiale, esprimendo tutta la complessità della questione alimentare del nostro tempo, attraverso le opere realizzate con pane, uova, latticini, e nella sua veste iconica in una visione esagerata, allargata, stravolta del cibo che da passivo oggetto di consumo diventa soggetto globalizzato della questione politica, prevaricando e mettendo con forza in soggezione uno spettatore piccolo e vulnerabile confrontato con le grandi dimensioni delle istallazioni: hamburger, hot dog, pesci giganti e una sovradimensionata forchetta con tanto di spaghetti arrotolati di (Claes Oldenburg a Coosje van Bruggen, Leaning Fork with Meatball and Spaghetti III, 1994),

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Più gentilmente arrivano le sottosezioni in cui il cibo ritrova il contributo della moda e dell’architettura, seducendo con le creazioni di Issey Miyake (Pleats please) e i progetti che riflettono una tendenza ormai consolidata di grandi nomi a servizio di grandi luoghi di produzione, come quello di Mario Botta per la Cantina La Petra e Renzo Piano per la Cantina La Rocca. In chiusura di sezione non è più il design che si avvicina al cibo, ma in un gioco di ribaltamenti è la gastronomia a diventare designer di se stessa, come nei servizi di piatti realizzati da Gualtiero Marchesi per Villeroy Bosch e gli oggetti di Alain Ducasse.

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Questa narrazione in 7000 metri quadrati, fagocita anche il magnifico giardino dove funi tese ancorano saldamente l’ultimo baluardo della deriva consumistica del cibo moderno, una bottiglia gonfiabile di Ketchup Daddies delle dimensioni di un palazzo. (Paul McCarthy, Daddies Tomato Ketchup Inflatable, 2007).

Esco dal Palazzo dell’Arte dopo 160 anni di storia del complesso rapporto fra arte, cibo, nutrizione e convivio, ripercorsi in quasi quattro ore di visita e rifletto che il cibo non solo può e deve “nutrire il pianeta” ma anche, come ha sempre fatto e auspicabilmente continuerà a fare, l’arte e tutti i suoi media e linguaggi.