13 Gennaio 2025
Il cibo e la cucina sono patrimoni di tutti.
Tuttavia, risulta evidente che, dal punto di vista mediatico, negli ultimi anni siano diventati argomenti fin troppo invasivi e spettacolarizzati. Per riscovare i veri valori di queste importanti tematiche, ha senso pensare a come, nell’ultima parte del secolo passato, questi temi venissero trattati da intellettuali straordinari. Personaggi che, come pochi altri, hanno saputo evocare il senso profondo e olistico del cibo.
Era il 1998 quando Andrea Camilleri e Manuel Vázquez Montalbán si incontrarono per la prima volta in un dibattito pubblico. In quell’occasione ebbi la fortuna di conoscere simultaneamente il creatore di Montalbano e il poeta e saggista che, con il suo alter ego romanzesco - il detective Pepe Carvalho - lo ha ispirato, al punto di dedicargli anche il nome del Commissario.
Già dai primi attimi, colsi subito la vena gastronomica dello scrittore catalano, la quale mi permise di fare breccia tra i suoi interessi, raccontandogli tutti i progetti che stavamo portando avanti con Slow Food. Montalbán si appassionò alle tematiche e alle sfide del nostro movimento tanto che, nel 2000, partecipò al Premio Slow Food per la Biodiversità, e pochi anni dopo fu proprio lui a fondare Slow Food a Barcellona.
Temi come la salvaguardia della biodiversità, la tutela dell’ambiente e la valorizzazione delle produzioni alimentari buone pulite e giuste hanno saputo caratterizzare l’interesse filosofico e politico di Montalbán fino alla data della sua morte, avvenuta in maniera improvvisa nell’ottobre del 2003.
A pochi mesi dalla sua dipartita, con la pubblicazione postuma di “Millennio” (primavera del 2004), ebbi poi la conferma di quanto il nostro pensiero fosse davvero vicino.
A partire da pagina 28, lessi una descrizione perfetta della mia persona mentre, in una riunione di Slow Food presso una celebre osteria romana, inneggio al valore politico del cibo e all’importanza della gastronomia nella cultura italiana.
Rimasi del tutto senza parole. Una sorpresa commovente per questa inaspettata citazione.
Tornando a Camilleri, ho ben impresso il ricordo di quando nel 2006, a Roma, celebrammo insieme i 100 anni dalla nascita di Mario Soldati. Camilleri focalizzò il suo intervento sulla capacità straordinaria di una figura che è stata al contempo scrittore, giornalista, documentarista, regista e molto altro ancora. Come sostiene Aldo Grasso: «Forse Soldati fu il primo grande media-man della cultura italiana? In fondo ha lasciato opere memorabili sia alla letteratura, che al cinema, che alla TV ».
Nel mio intervento ebbi modo di sottolineare il ruolo straordinario di Mario Soldati per la cultura alimentare, attraverso due lavori fondamentali.
Il primo è uno straordinario documento televisivo dal titolo “Viaggio nella valle del Po – alla ricerca dei cibi genuini”, che nel tempo ha assunto un grande valore antropologico per l’ampia sintesi dedicata al passaggio culturale dalla società contadina alla società industriale. Insomma, qualcosa di imperdibile per chi ancora oggi vuole dedicarsi alla comunicazione del cibo e alla trasmissione del suo valore intrinseco.
Il secondo lavoro, invece, è per certi aspetti premonitore di tutta la letteratura enologica. Mi riferisco a “Vino al vino, viaggio alla ricerca dei vini genuini”, che uscì addirittura in 3 stagioni (1969, 1971 e 1976). Qui è possibile trovare la testimonianza di un mondo in cui non c’era neppure ancora una legislazione compiuta ed efficacie del settore vinicolo. L’approccio di Soldati era quello di esaltare il rapporto dei prodotti con i singoli territori e le singole persone.
Da questo encomiabile lavoro di Soldati si baserà poi tutto l’operato di un altro intellettuale del cibo che consolidò l’immagine del gastronomo, Luigi Veronelli, filosofo di sincera fede anarchica. Veronelli venne chiamato alla televisione da un dirigente Rai che è doveroso citare: il grande Folco Portinari. Oggi, fa riflettere che in quel momento la Rai aveva assunto come dipendenti personaggi come Portinari, Camilleri, ma anche Furio Colombo, Gianni Vattimo, Umberto Eco e Piero Angela. Tutti pesi massimi della cultura italiana.
Personalmente, il ricordo che conservo con maggiore affetto di Veronelli risale agli ultimi mesi del 2004, poco dopo la prima edizione di Terra Madre (alla quale Luigi non poté partecipare per via della malattia).
Ebbene, in quel periodo mi trovavo nel nord della Svezia per conoscere da vicino la popolazione indigena dei Sami (erroneamente conosciuti anche come lapponi, termine da loro detestato in quanto traducibile letteralmente con l’epiteto straccioni), i quali ebbero un ruolo centrale nella manifestazione torinese.
Al rientro a Stoccolma ricevetti una chiamata di Veronelli, che, con voce squillante, mi confidò che con l’avvento di Terra Madre avevo realizzato il sogno della sua vita, cioè quello di riporre il mondo contadino al centro delle questioni politiche e culturali del cibo.
Purtroppo, non ebbi tempo di manifestargli di persona tutta la mia gratitudine per quella toccante telefonata.
Quando in una fredda mattinata del dicembre del 2004, ci trovammo nel cimitero di Bergamo per rendere l’ultimo saluto a Gino, nel momento in cui una piccola banda musicale di anarchici intonò “Addio Lugano bella”, ebbi la sensazione che si chiudeva una pagina straordinaria della gastronomia di questo Paese.
L’analisi di questi personaggi che ho potuto conoscere - e con alcuni stringere anche un vero rapporto di amicizia - mi porta a considerare quanta sensibilità riservassero i letterati e gli intellettuali al mondo dell’alimentazione. Il trait d’union di tutte queste figure è l’aver fatto parte di una generazione che ha conosciuto da vicino le sofferenze della guerra e che, per un’esperienza di vissuto reale, non solo ha saputo comprendere il valore del cibo, ma lo ha manifestato a livelli straordinari sotto un punto di vista artistico e poetico.
Concludo con la memoria di un racconto orale di un altro caro amico, Tonino Guerra.
Nel campo di concentramento tedesco in cui si trovava, Tonino raccolse attorno a sé tutti prigionieri romagnoli, i quali, per alleviare le tremende sofferenze di quel periodo, gli chiedevano di raccontare delle poesie nel loro comune dialetto.
Nel Natale del 1944, per fortificare il loro senso di comunità, decise di produrre per loro un piatto di tagliatelle come tradizione vuole, ma a parole e in dialetto romagnolo.
E quindi iniziò con una descrizione minuziosa, avvalendosi dei ricordi d’infanzia e delle gestualità della madre.
Immaginare questo gruppo di romagnoli, che in una fredda baracca del campo di prigionia, celebrano il Natale evocando con la semplice narrazione di un grande poeta la preparazione e la condivisione di un piatto della loro terra, è qualcosa di incredibile.
Questa è forse la sintesi perfetta del valore del cibo. Pura poesia!
Ma lasciamo la parola a Tonino: «Comincio a fare le tagliatelle, con la farina tutta intorno, e le uova. Quanti siamo? Ragazzi qui siamo circa ottanta, ci vorrebbero almeno una ventina di uova. Comincio a rompere le uova, faccio la sfoglia, la taglio. Se non tagliamo uguale, fa lo stesso, è meglio da sentire, tutte uguali non vanno bene. Butto in acqua e poi servo. Vuoi un po’ di formaggio? Ecco tieni. Servo tutti e poi sfinito mi lascio cadere all’indietro. E proprio in quel momento uno si alza e mi chiede: "Posso averne un altro piatto?” Certo, tieni. E gli ho dato anche il bis».
* Intervento apparso sul quotidiano La Stampa, domenica 12 gennaio 2025