12 Novembre 2024
Erano i primissimi anni Settanta quando, da giovane adulto, iniziai a immergermi nel mondo enologico. Si dice che il frutto non cada mai troppo lontano dall’albero. In effetti, nelle colline attorno alla mia città natale tutto parlava di vino. E se l’impulso venne naturale, fu attraverso la curiosità di approfondire il legame tra uomo e natura che ebbe inizio la mia carriera di gastronomo.
Dopo oltre 50 anni dalle prime esperienze, sono dunque tornato ad affacciarmi sul panorama enogastronomico delle Langhe per analizzare cambiamenti e sviluppi che, in questo periodo storico, sembrano accadere sempre più repentinamente anche dal punto di vista sociale.
Innanzitutto, debbo dire che questo viaggio ha rispolverato in me la memoria di molti incontri, volti, ed eventi che, in tempi non sospetti, hanno segnato la storia di questa zona di Piemonte, portandola a diventare una delle aree enologiche più importanti del mondo. Questo è bene evidenziarlo sin da subito.
Oggi, a portare avanti la variegata realtà produttiva di Langa, c’è una buona percentuale di giovani donne e giovani uomini: una piacevole sorpresa. Della maggior parte di loro avevo già conosciuto e intervistato i parenti. Altre testimonianze, invece, le ho raccolte tra chi non ha ereditato il mestiere dalla famiglia, ma nella produzione del vino ha deciso di investire per passione. Ecco, di tutte queste “nuove” cantine, sono pochissime quelle nate negli ultimi 20 anni. E qui sorge un primo aspetto per nulla irrilevante: negli anni Duemila, aprire una cantina in Langa è divenuta un’operazione il cui coraggio sfiora l’irragionevolezza.
Chi si sarebbe mai immaginato che il valore fondiario potesse aumentare così tanto, fino a diventare un vero e proprio vulnus? Oggigiorno, per acquistare un ettaro vitato di uva nebbiolo da Barolo possono servire fino a 4 milioni di euro (un valore immenso soprattutto se rapportato ai 4-5 milioni delle vecchie lire necessari nel 1970). Ne consegue che la Langa è divenuto un territorio esclusivo, dove le barriere all’entrata sono talmente insormontabili che risulta impossibile fare impresa senza indebitamenti da capogiro. Tutto questo, inoltre, rischia di attrarre un mondo che poco ha a che fare con l’origine agricola di queste zone e con l’artigianalità enologica: quello della finanza e dei grandi gruppi di investimento. Un pericolo che sradicherebbe l’autenticità del territorio e che avvicinerebbe drasticamente le bottiglie di vino ad altri tipi di commodities.
Riguardo a ciò, scambiando qualche opinione con il discendente di una delle più storiche famiglie di produttori, ho appreso che oggigiorno costa meno acquistare e ristrutturare uno dei castelli di Langa piuttosto che un ettaro nella zona del Barolo. Le sue parole non hanno potuto far altro che ravvivare in me il ricordo di un gigante del vino di Langa: Battista Rinaldi.
Forse in pochi sanno che Battista, padre di Giuseppe detto “Citrico”, nel 1970, durante la sua esperienza da sindaco del comune di Barolo, si impegnò - con una raccolta fondi a cui parteciparono molti cittadini e molte aziende vinicole del territorio - ad acquistare il castello Falletti di Barolo, allora in disuso da oltre un decennio. Il fine ultimo era di ridare vita al maniero simbolo della piccola cittadina, mettendolo a disposizione della collettività. A quel tempo il costo dell’edificio era di 33 milioni e mezzo di vecchie lire, vale a dire l’equivalente odierno di 345.000 euro. Insomma, se Battista sapesse che oggi gli sarebbe bastato vendere una manciata di filari per portare a termine quell’encomiabile operazione, riderebbe di gusto; non nascondendo però un fondo di grande preoccupazione per come sono evolute le cose nelle sue amate Langhe.
Questa sarebbe la reazione di molti di quei protagonisti che hanno saputo rendere grande la Langa. Persone che hanno vissuto periodi estremamente difficili. Penso in particolare a tutti coloro che, a cavallo tra XIX e XX secolo, per oltre 70 anni sono stati costretti a combattere tre grandi malattie - oidio prima, peronospora e infine la fillossera - che hanno rischiato di cancellare la viticultura in queste zone e che hanno generato massicci flussi migratori verso le Americhe.
Ma penso anche a chi, arrivando dal tempo de la malora di fenogliana memoria, tra gli anni ’60 e ’90 del secolo scorso ha saputo trainare il mondo contadino dei vignaioli verso il ben più florido status di produttori di vino.
Al contempo, si è realizzata una divaricazione del valore fondiario rispetto alle aree confinanti. Se, come già detto, un ettaro in Langa può arrivare a costare fino a 4 milioni, nel vicino Roero e nell’adiacente Monferrato (a pochissimi km di distanza) il costo di un ettaro vitato è decine e decine di volte inferiore. Non solo il valore, anche la superfice vitata è andata incontro a un notevole aumento negli ultimi anni. Si è infatti passati da 5.000 ettari vitati nel 1970, ai 10.000 di oggi. Eppure, a sentire alcuni ragionamenti, sembra che questi non bastino mai. E, quindi, via a pensare a come ampliare le zone, a disboscare, il tutto finalizzato al solo aumento della superficie produttiva.
Alla luce dei crescenti effetti speculativi, voglio riportare l’esempio di un'altra zona di grande eccellenza vitivinicola, forse quella con maggiore storia alle spalle, che è ancora alle prese con una crisi in cui anche gli aspetti identitari sono venuti meno. Mi riferisco al bordolese, dove l’inacessibilità del valore del terreno e del costo delle bottiglie - dettata specialmente dai Premiers Crus - hanno fatto collassare un sistema che era arrivato allo stremo della speculazione. Il risultato: oggi, con non pochi malcontenti, il mercato si sta riassestando al ribasso. Si è dovuti passare attraverso pesanti manovre di assestamento, compreso l’espiantazione di ettari interi di vigna.
Le dinamiche sin qui riportate, questo è giusto sottolinearlo, rappresentano davvero un unicum del panorama agricolo, non solo italiano, ma mondiale. L’allure che ruota attorno al mondo del vino, accompagnata da profitti medi nettamente superiori a quelli della stragrande maggioranza delle colture, rendono fortemente attraenti i territori come le Langhe.
Ed è anche per questo motivo se in queste regioni c’è un maggiore interesse da parte delle giovani generazioni per l’agricoltura. Se da un lato, però, la politica e i numerosi istituti bancari di territorio, che eppure esistono e rigogliano, non hanno mai sviluppato una filosofia volta a creare crediti agevolati per facilitare l’ingresso di nuovi giovani appassionati nel settore. Durante gli incontri con i produttori più giovani, mi è anche parso evidente che la trasmissione della storia locale è stata a un certo punto recisa, e che la scuola su questo fronte si trova del tutto impreparata.
Questo piccolo areale di circa di 200 km², dunque, non ha sempre vissuto di agiatezza. Al fine di comprendere il successo che ha la Langa oggi ritengo sia necessario sviluppare un alto grado di consapevolezza di cosa è stato prima. Questo fa parte dell’avere cura del territorio.
Proprio per questo motivo, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo negli ultimi 2 anni ha voluto organizzare degli incontri rivolti a giovani under 30 per ripercorrere le tappe fondamentali della storia recente di questo territorio e per seminare in loro, oltre la consapevolezza, anche la curiosità su cosa è avvenuto prima. Nelle due edizioni di “Se la Langa è così” (questo il titolo degli eventi), sono passati circa 1.000 giovani che, per vari motivi, vivono in questo territorio. Il risultato è stato estremamente sorprendente, perché l’apprendimento delle vicende che hanno caratterizzato la Langa nel corso degli ultimi due secoli è risultato essere anche un validissimo strumento di aggregazione. Appuntamenti come questi devono essere implementati, perché attraverso il dialogo e la condivisione è possibile rinvigorire un senso comunitario che, insieme alla perdita della memoria, si è ahimè drasticamente affievolito.
A fronte di un valore dei terreni dopato e della speculazione sulle bottiglie, ho infatti potuto toccare con mano che la comunità si trova molto impoverita, non riconoscibile rispetto alla vita di Langa di una volta. Ciò rende evidente che l’eccessiva ricchezza privata riduce la prosperità pubblica. Quello che per molto tempo ha reso vivo e attraente questo angolo di Piemonte, ancor più del vino, era l’approccio di condivisione e la socialità che si poteva respirare in ogni angolo di paese. I bar, le botteghe, le osterie, tutti i luoghi in cui la comunità si ritrovava sono spariti e con loro anche forti tratti identitari. Dirò di più, il mondo enologico era perfettamente integrato a quel modello sociale, mentre oggi il divario che vige tra comunità e comparto produttivo è fin troppo evidente.
La rigenerazione delle forme comunitarie dovrebbe rappresentare oggi la prima priorità per chi vive i vantaggi di questa Langa. È bene essere consapevoli che, se in altre zone di provincia lo spettro dello spopolamento è davvero reale, qui esiste la fortuna di poter godere di una qualità della vita ben diversa da quella dei grandi centri urbani. Dobbiamo quindi utilizzare la fantasia per ricreare nuove forme di socialità, più moderne e inclusive. Solo così si potranno preservare anche quegli agi più materiali, che da soli non possono generare la felicità nell’essere umano.
Ai giovani che oggi si trovano a gestire imprese vitivinicole in questo areale, dico di essere orgogliosi di questo privilegio. Allo stesso modo, esorto loro ad adottare una sana gestione del limite per preservare al meglio quel valore inestimabile che hanno ereditato. Mi sto riferendo alla cultura e alla storia di questo territorio, che rappresentano la vera ricchezza delle Langhe. Ho avuto le prove che alcuni lo hanno già compreso.
E per il turismo? Il concetto non cambia. Ogni anno si è in trepidante attesa di sapere a quanto ammontano le presenze nel periodo di alta stagione, con la bramosia di superarle sempre più. Stiamo parlando di un piccolo territorio con delle infrastrutture non adatte ad un flusso immane di mezzi e persone. Anche per questo settore, dunque, ho potuto appurare che in Langa la logica del limite è ancora ben lontana dall’essere attuata.
Ecco che la domanda sorge spontanea: ma di turismo si può anche morire? A giudicare da come l’overtourism stia modificando i connotati dei paesi la risposta è senz’altro sì.
Nel 2008, nella costituzione dello stato dell’Ecuador, è comparsa un’espressione di origine indigena: “buen vivir”. Da allora questo termine è divenuto di uso comune in tutto il Sud America con riferimento ad uno stile di vita che, oltrepassando le dinamiche espansive, mira al benessere di ogni cittadino. Questo mio viaggio nella Langa di oggi è stato costantemente accompagnato dalla ricerca del “vivere bene”, un sentimento che rifiuta ogni forma di pessimismo o malinconia. Nessuna nostalgia, dunque, di quel mondo in cui lo squilibrio pendeva verso enormi fatiche e lo spettro della povertà. Ma siamo sicuri che l’attrattività di un territorio possa basarsi solo sul valore economico da esso generato?
Riprendendo da dove ci eravamo lasciati, un turismo non controllato, infatti, ha pesantemente inciso in quel processo di depauperamento della comunità di Langa di cui ho già parlato. Nei pochi bar che non sono stati tramutati in enoteche, per esempio, si è smesso di servire i caffè: troppo poco conveniente occupare un tavolino per chi necessita solo di una pausa, meglio ottimizzare e far sì che chi si siede ordini una bottiglia o almeno un calice. Questo accade a Monforte, a Barolo, ma anche a Dogliani che si trova appena fuori dalla zona di denominazione geografica dei vini più blasonati. A far ancor più riflettere c’è il fatto che in un piccolo paese come La Morra (2.600 abitanti in tutto), sulle piattaforme dedicate alle case vacanze, si trovino oltre 1.500 posti letto. E per chi in questo comune lavora, l’affitto di un alloggio è divenuta un’impresa impossibile: prezzi altissimi e disponibilità che tendono sempre più allo zero. Meglio cercare altrove e fare da pendolare tra le colline di Langa, generando così un vero e proprio ossimoro.
A queste condizioni, dunque, come è possibile rigenerare una comunità? Se continuiamo a preferire questo modello, totalmente vocato all’implementazione del turismo, i nostri paesi diverrano delle mere attrazioni per il “mordi e fuggi”, privi di qualsiasi tipo di genuinità. Vi è inoltre un dettaglio per nulla irrilevante: il turismo è spesso stagionale e crea delle profonde sconnessioni tra i periodi di punta e quelli di calma piatta.
La crescita infinita non può esistere. E governare i limiti imposti dalla stessa conformazione di questo territorio risulta essere la soluzione migliore per equilibrare autenticità e turismo, una florida economia e il benessere dei cittadini. Va sempre ricordato che il primo obiettivo di un sano turismo, che punti a perdurare a lungo nel tempo, deve essere quello di rendere felice, in primis, la comunità locale. Nessuno è infatti invogliato a visitare un luogo dove gli abitanti non sono pienamente appagati.
In un territorio come la Langa, ma mi sento di dire come l’Italia intera, questa impostazione risulta essere l’unica percorribile in questo particolare periodo storico. La fase della Transizione Ecologica che ci apprestiamo a vivere richiede di adottare una mentalità diversa, dove la massimizzazione dei profitti viene sostituita da una logica della cura e della moderazione. Tutto questo in risposta ad altri cambiamenti, di ben più grande portata, che è già possibile percepire nei territori. Uno su tutti: il cambiamento climatico.
Ecco un altro grande elemento di difformità. Quando negli anni Settanta mi soffermavo a discorrere con i produttori, l’elemento della crisi climatica era del tutto tralasciato, assente nelle conversazioni e nelle preoccupazioni.
Ora la situazione è lampante. Da anni di grave siccità, siamo passati ad una vendemmia, quella appena conclusa, dove le continue e consistenti piogge hanno pesantemente gravato sul lavoro dei mesi precedenti. Le grandinate sono aumentate, tanto che anche le assicurazioni sono subito corse al riparo aumentando consistentemente i premi. Insomma, le preoccupazioni per chi lavora a stretto contatto con la natura sono notevolmente aumentate. Appare chiaro che, in questo scenario, i prezzi esasperati di alcuni appezzamenti risultano ancor più irrazionali.
In un’attenta analisi, va tenuto conto che la nutrita compagine di giovani viticoltori dovrà far fronte a condizioni produttive e climatiche a cui i loro predecessori non erano abituati. L’attenzione e la sensibilità che loro stessi riservano a questi temi, tuttavia, è davvero ammirevole.
Ho potuto riscontrare l’esistenza di esempi virtuosi che già si impegnano in valide operazioni di contrasto al cambiamento climatico. Pratiche di agroecologia, rifiuto della chimica, gestione dei boschi, consociazioni con altre colture, salvaguardia della biodiversità: queste sono alcune delle azioni che una piccola parte di produttori ha già adottato. E alla domanda se fosse mai balenata in testa l’idea di invadere i versanti più a Nord delle colline (storicamente quelli meno vocati alla viticoltura) o di piantare nuove vigne in altri territori limitrofi come l’Alta Langa, una delle risposte è stata: “mio nonno mi ha insegnato che fino a quando sei di piccole dimensioni riesci ad avere un legame con il tuo territorio e a lavorare bene la vigna, gestendo nel migliore modo anche le criticità. Quando ti ingrandisci troppo, tutto diviene più complicato e finisce che il vino che produci non piace più nemmeno a te”.
Credo che questo sia il migliore insegnamento che le generazioni più anziane possano tramandare ai giovani. Un modo di pensare rispettoso della vocazione naturale del territorio che tutela la qualità e che, da un certo punto di vista, giustifica anche quella forbice contributiva che esiste tra le aziende agricole e chi svolge altre mansioni.
Infatti, risulta innegabile che i produttori siano agevolati sotto un punto di vista fiscale. Questo crea un’evidente discrepanza nel rapporto stipendio/contributi versati tra viticoltori e cittadini impegnati in altre importanti mansioni nello stesso comune. Anche alla luce di questo, un produttore dovrebbe sentirsi maggiormente responsabilizzato e investire nella salvaguardia del territorio, nel mantenere salubre l’ambiente e nel non impoverire la fertilità del suolo.
In questo contesto, merita un approfondimento il tema della biodiversità. Se cinquant’anni fa, affacciandosi sulle Langhe, era normale osservare un territorio eterogeneo, questo oggi non può dirsi. Negli anni, molti terreni che un tempo erano occupati da boschi, destinati ad altre colture frutticole o utilizzati per il pascolo del bestiame, oggi sono invasi dalla vite. Ecco spiegato l’incremento di ettari vitati riportati all’inizio dell’articolo. Inoltre, era dato per assodato che in questo territorio vi fossero più vitigni autoctoni e che tutti meritassero di essere coltivati.
Negli ultimi anni, la stessa logica che vuole il profitto come unico discrimine, ha portato molti produttori a far la scelta di abbandonare la coltura di uve che, come il Dolcetto, hanno un prezzo di mercato più basso. E allora via a espiantare e a convertire molti vigneti al più profittevole Nebbiolo. Un altro duro colpo per la biodiversità delle Langhe.
Anche in questo caso però la storia può essere di insegnamento. In viticoltura, come in agricoltura in genere, sul lungo periodo non è mai stato vincente concentrare la coltivazione su poche specie. Questo vale, a maggior ragione, in tempi mutevoli come questi, dove molti degli effetti della crisi climatica si stanno velocemente aggravando. Non serve andare lontano, nelle stesse Langhe dove non c’è la vite ci sono noccioleti. È notizia fresca il fatto che l’ultimo raccolto di nocciole stia facendo registrare un meno 50% rispetto al 2023. È voce comune di tutti i produttori che le cause sono principalmente imputabili al cambiamento climatico.
Tornando al vino, su questo fronte ho potuto ascoltare interessanti testimonianze. Produttori che non si sono mai sognati di intraprendere una scelta monovarietale. Altri, più giovani, che anche solo per un valore affettivo hanno deciso di puntare molto su quei vitigni meno conosciuti. Altri che hanno addirittura deciso di valorizzare vitigni che da decenni erano dimenticati. Ed enotecari che portano avanti in maniera convinta una vera e propria battaglia in favore del Dolcetto e dei suoi simili.
Il valore della biodiversità è bene che venga compreso da tutti, anche a fronte del fatto che il gusto non è un senso immutabile e ci sono già primi segnali che, tra le giovani generazioni, in molti apprezzino vini più semplici e meno strutturati.
Sotto il punto di vista umano, invece, è possibile sostenere che negli ultimi decenni la biodiversità è addirittura accresciuta. Purtroppo questo non è sempre sintomo di buone notizie. Non mi sto riferendo ai turisti stranieri, ma a quella moltitudine di persone che, nonostante sorreggano in maniera importante l’impianto vitivinicolo, in Langa vivono ancora emarginate e con gravi difficoltà.
Provenienti da molti paesi dell’est, dell’Asia e del centro-nord Africa, migliaia di braccianti sono arrivati nel tempo per lavorare nelle vigne. Chi è specializzato nella potatura, chi nel diradamento e chi nella vendemmia. La loro professionalità è oggi diventata indispensabile. Tuttavia, si tratta di persone che continuano a rimanere ai margini della società.
La dinamica è ahimè molto semplice. Le cantine contattano le cooperative nei periodi di maggior bisogno, pagando loro un determinato costo all’ora per ogni lavoratore. Le cooperative organizzano così dei gruppi di braccianti che, va sottolineato, per motivi di sicurezza sul lavoro non possono operare insieme ai dipendenti delle aziende viticole.
Negli anni la gestione di questi processi è passata un po’ troppo sotto traccia. Non pochi mi hanno riferito che alle prime luci dell’alba, in alcuni punti della Langa più ricca, è facile vedere gruppi di persone attorno ai pulmini delle cooperative. Qui, i “caporali” scelgono le persone che per quel giorno lavoreranno nei campi, mentre gli altri dovranno aspettare a guadagnarsi qualche soldo per vivere.
La compagine di lavoratori stranieri caratterizza la Langa di oggi più di quanto non lo facesse un tempo. Non solo nei vigneti, anche ai fornelli delle osterie e nelle sale dei ristoranti. Spesso viene dimenticato, ma anche loro fanno parte della nuova comunità. E anche sulle loro esigenze e sulle loro necessità dovrà essere improntata la rigenerazione di questo territorio.
In conclusione di questo viaggio in Langa, devo dire che oggi come allora ho appreso molto da questa terra e dalle persone che la abitano. Alla luce di quanto osservato, debbo dire che è stata proprio la diversità qui rappresentata a generare una ricchezza davvero fuori dal comune.
A trainare questo territorio verso un futuro più equo e sostenibile, vedo una nuova generazione di produttrici davvero fenomenale. In queste zone, le donne hanno sempre avuto una posizione di prim’ordine all’interno della comunità. Se un tempo, in una società sicuramente più maschilista, erano chiamate a esercitare il loro ruolo da dietro le quinte, o ai fornelli delle numerose osterie, oggi si trovano in prima linea anche nel settore vitivinicolo. E da chi, se non da loro, si può imparare una sana e naturale logica della cura?
Ai giovani e alle donne, ovvero a coloro che sono sempre rimasti nella periferia del sistema capitalistico, dovrà essere data maggiore voce per ricostruire un modello che possa ben integrarsi con il periodo di Transizione Ecologica che abbiamo innanzi.
In questi cinquant’anni siamo stati così condizionati da un solo paradigma che ci risulta oggi impossibile comprendere il valore dirompente e liberatorio di una nuova forma di economia. Se è vero come è vero che l’orizzonte non può più essere quello basato sulla crescita infinita, è altrettanto vero che la situazione della Langa è emblematica. Un nuovo modello che pone al centro la realizzazione umana, i beni comuni e le relazioni interpersonali non solo elude ogni tipo di mortificazione, bensì è l’unico possibile per preservare gli agi fino a qui raggiunti.
Rigenerare le comunità, valorizzare la biodiversità, rispettare il lavoro e aver cura della salute delle persone dell’ambiente è il percorso da seguire per permettere alle comunità di vivere in gratificazione e gioia. La ricchezza del futuro sarà infatti determinata da come si sapranno coniugare questi valori. Solo attraverso il giusto equilibrio si potrà godere di un vero benessere. Perché fatta una scelta non espansiva ci sono ancora mille modi diversi di viverla in maniera felice e rispettosa di tutti.