16 Maggio 2025

 

Ci sono persone che hanno saputo concretizzare il loro pensiero attraverso la loro stessa esistenza, esplicitando così una vita vissuta in piena e dignitosa coerenza. Uno di questi è in assoluto Josè “Pepe” Mujica che nel suo modo di essere e di operare ha incarnato l’ideale di un socialismo fortemente vocato alla lotta alle disuguaglianze, alla critica del capitalismo e al rispetto della libertà individuale.

Pepe ci ha lasciato due giorni fa, a 89 anni, tutti vissuti inseguendo i propri ideali, senza mai ostentare il peso politico che il mondo intero gli ha riconosciuto, e senza mai nascondere le umili origini della sua famiglia di emigrati e contadini. Nella sua lunga carriera politica, Mujica ha sempre devoluto il 90% del proprio stipendio ai più bisognosi, continuando a vivere in una fattoria di campagna dove insieme a Lucia, moglie e compagna di una vita, coltivava un piccolo appezzamento di terreno.

Uno stile di vita che ha portato le più importanti testate giornalistiche del mondo ad affibbiargli l’epiteto: “il presidente povero”. Un appellativo che ha sempre rifiutato pubblicamente perché non rispettoso di chi vive realmente quella terribile condizione. La povertà per Mujica è sempre stata una cosa seria ed era ben consapevole delle sofferenze che essa è in grado di generare.

Da partigiano a Presidente della sua gente, la vita ha saputo riservagli anche delle prove davvero aspre. L’attiva partecipazione nei tupamaros – il movimento d’ispirazione marxista-leninista che lottava per una maggiore dignità delle classi sociali più povere – negli anni ’70, costò a Mujica la cattura e l’incarcerazione per oltre 12 anni, molti dei quali passati in totale isolamento.

Eppure la forza di questo uomo è sempre stata quella di trarre i migliori insegnamenti da ogni fatto vissuto e voglio riportare come, con sagacia e ironia, commentava il suo tortuoso percorso di vita: “Io sono un contadino un po’ sgangherato e l’unico merito che ho è di essere un po' basco, testardo, duro, gregario e costante, e per questo ho tenuto duro. Però non sono un fenomeno. In realtà, ho trascorso degli anni in carcere perché sono stato preso, in quanto mi è mancata la velocità. Non ho una vocazione da eroe. Ho però una specie di fuoco dentro stimolato dall'ingiustizia sociale.”

Appare evidente che un soggetto così determinato e ben radicato e nelle sue convinzioni ha saputo attrarre l’attenzione del mondo intero per le politiche coraggiose e fortemente indirizzate alla libertà individuale. Ho avuto la fortuna di incontrare Pepe in alcune occasioni, due delle quali sono state indelebilmente segnate dalla straordinaria empatia che questo grandioso personaggio era in grado di generare, anche solo attraverso uno sguardo.

Il 7 novembre 2016, centinaia di giovani di diverse nazionalità gremivano l’Aula Magna dell’Università Statale di Milano per ascoltare due allora quasi settantenni, e un ottantenne, discorrere delle tematiche sociali più urgenti, adottando un punto di vista per nulla scontato: la felicità. Una di quelle persone ero io, le altre due grandi uomini che hanno fatto la storia dell’America Latina, e che con grande umiltà e profonda ammirazione mi permetto di chiamare compagni: Mujica, in uno dei suoi primi viaggi dopo il mandato di Presidente, e Luis Sepúlveda, il grande poeta, scrittore, ma ancor prima militante.
Più di 1.000 persone non riuscirono a entrare nella sala, ovviamente tutti interessati a sentire le testimonianze di quei due giganti della cultura Latinoamericana che hanno pagato con il carcere una vita passata a inseguire i loro ideali e che, ahimè, oggi non sono più tra noi. Ricordo come alcuni giornalisti detrattori tentarono di schernire quell’incontro: “Tre comunisti. Una volta i comunisti mangiavano i bambini, ora raccontano favole”.
Credo fosse difficile farci un complimento migliore di questo, anche se fatto inconsapevolmente. La felicità di cui avemmo modo di discutere è quella dei nostri percorsi di vita che seppur diversi, condividono uno stesso sforzo: l’affermarsi della felicità non come benessere individuale, ma globale, e la politica, quella mossa dalla passione e compassione, e non dal portafoglio, come un via per raggiungerla. La sintesi condivisa di quell’incontro da tutti e tre, infatti, fu che la vera felicità si vive attraverso l’impegno per il bene comune, per i diritti di un’umanità che soffre le diseguaglianze e, dunque, nel veder realizzare questo tipo di politica.

Il secondo incontro con Pepe che ricordo con estremo piacere è datato 30 ottobre 2022, un giorno che ha segnato la storia recente di un Paese che entrambi abbiamo sempre amato molto: il Brasile.
Ci trovavamo, infatti, a San Paolo nella sede scelta da Lula per far seguire ai suoi sostenitori più vicini le elezioni presidenziali brasiliane. Insieme, capimmo che sarebbe iniziato il secondo mandato presidenziale di Lula. Venne spontaneo celebrare il momento con una foto. E il primo a cui abbiamo pensato di condividerla fu un altro grande uomo del nostro tempo: Papa Francesco. I due, infatti, si sono incontrati più volte e posso dire con certezza che nutrivano una grande stima reciproca, nel pieno rispetto delle loro diversità. Molte delle politiche di natura libertaria di Mujica non possono collimare con la visione di un capo della Chiesa Cattolica, eppure entrambi riconoscevano il valore del coraggio e dell’onestà dei loro percorsi di vita.

L’approccio che queste due grandi personalità hanno sempre mantenuto è estremamente connesso con la poesia che sanno fare i contadini e gli artigiani. Anche in tempi così bui, chi ragiona “poeticamente” può scorgere il paradigma della rinascita umana fortemente ricercato da Mujica e Bergoglio. Due testimoni che hanno sempre creduto alla poesia come politica del futuro, che si manifesta in parole e azioni molto diverse da quelle a cui siamo abituati. La comune origine contadina li ha saputi accomunare anche in questo, nel saper incarnare la poesia della vita.

Allora torno a insistere con l’idea che la felicità non può essere slegata dalla libertà, ma la felicità è una libera scelta e non può essere slegata neanche dal senso di sobrietà, che significa semplicemente questo: vivere solo con il necessario, con il bagaglio leggero. A quale scopo? Allo scopo di avere del tempo libero, perché se vuoi possedere molte cose, ricordati che non le compri con i soldi, le compri con il tempo della tua vita, il tempo che hai speso per guadagnare quei soldi. E la vera libertà è avere tempo per le cose più care della vita: la famiglia, gli affetti, gli amici, la militanza, l’impegno”. Grazie Pepe per il tuo esempio, per le tue parole, per la tua poesia.

Carlo Petrini, La Stampa, 15 maggio 2025