18 Giugno 2014
Da piccolo volevo cucinare, volevo diventare un cuoco.
Capita poi che la vita ti porti altrove, capita di saltare su treni che non sai bene dove ti porteranno, ma che prendi comunque al volo perché la vita è fatta di momenti e per lo più brevissimi nella loro essenza. Credo che ognuno di noi, tuttavia, provi una calda e piacevole sensazione nel riabbracciare ogni tanto quel primissimo sogno, ingenuo ma caparbio, che avevamo da bambini, godere nel calarcisi dentro e riviverlo, anche nel caso in cui ne stessimo realizzando di diversi e nuovi.
Michel Bras mi ha riportato indietro a questo, all’entusiasmo incontrollato e furioso di quando sei bambino, e lo ha fatto parlando quasi in versi, esprimendosi come fosse un poeta e non un cuoco. Un cuoco di solito è abituato a far poesia nel piatto piuttosto che con le parole.
Lui stesso, durante la cerimonia per la Laurea Honoris Causa in Promozione e gestione del patrimonio gastronomico e turistico conferitagli dalla nostra Università, ha ricordato al pubblico presente quanto si consideri ancora un bambino, quanto questo sentimento possa contare e valere nella vita di ogni uomo; cuoco, fabbro, contadino, professore o studente che sia. Bras sostiene che è proprio l’entusiasmo il lievito più prezioso della nostra vita, il carburante naturale per il nostro motore.
Ad ascoltare le parole di Michel Bras oggi erano presenti anche coloro che dal suo genio e dalla sua maestria hanno cercato di incamerare il più possibile. Vengono chiamati “alcuni dei più grandi chef italiani ed internazionali”, ma personalmente li definirei “ alcuni dei grandi chef italiani e internazionali” perché non mi piace credere in una gerarchia di grandezza applicata ad un mestiere che più di tanti altri è alimentato da impegno, sudore, passione e talento di colei o colui che lo esercita in ogni luogo e tempo del mondo. Mi piace pensare che le parole gentili di Bras si muovano proprio verso questo orizzonte, che disegnino un idea di cucina educata e dissacrante allo stesso tempo per la quale sia il come e non il quanto la fonte ispiratrice: non sono i voti di una guida né il prezzo di menù a fare la grandezza, bensì la capacità di muoversi nel lavoro, il più importante e antico che l’uomo abbia mai praticato, con curiosità e amore.
Sì, Michel Bras parla di amore, da buon poeta qual è. Parla dell’amore per una donna, per sua moglie – comincia da qui la sua lectio magistralis – che lo accompagna da sempre nella sua vita e nel suo lavoro. Racconta dell’amore per un luogo, anzi del suo luogo: Laguiole, quel piccolo borgo un po’ disperso nei Pirenei da cui sembra non potersi e non volersi separare. Ricorda la pelle di latte sulle tartellette dolci con cui faceva merenda da bambino preparate da sua madre – dalla quale Bras cominciò ad imparare a cucinare -, e anche se quest’ultimo non lo chiama amore, sembra ovvio che di amore si tratta.
Siamo intimamente legati ai nostri luoghi, specialmente da quelli dai quali veniamo, tutti noi. Non sono né nato né cresciuto in un bucolico villaggio di casupole di pietra accoccolato tra le colline, ma in una città, grande e grigia.
Lì sono cresciuto e lì annusavo i profumi che venivano dalla cucina e le parole di Bras mi hanno fatto un po’ capire meglio quello che già sotto sotto sapevo: non importa quale sia il nostro luogo perché grande o piccolo, verde o grigio che sia, ci avrà sempre e comunque regalato profumi, sapori e gusti cui siamo impotentemente affezionati e sensibili e che hanno contribuito a definirci quali siamo.
“Cucinare non deve servire ad esercitare la tecnica poiché è quest’ultima che serve ad esprimere ciò che siamo.” Michel Bras
E se un giorno diventassi sciaguratamente un cuoco, vorrei pensarla così.
Marco Marangoni