09 Maggio 2017

“Lascia a casa il superfluo”. Ce lo hanno consigliato prima di intraprendere il nostro viaggio didattico nella magica India e avevano ragione. È bastato munirsi di sincera curiosità e interesse, nei confronti di un popolo estremamente radicato a uno stile di vita unico, ma capace di guardare al futuro con empatia e altruismo.

India: Less is More

Una mattina ci siamo svegliati molto presto per far visita alle fattorie del Dharani Cooperative, nello stato dell’Andhra Pradesh.

Una comunità poverissima di agricoltori sopravvive grazie al guadagno ottenuto dalla coltivazione di miglio. Le famiglie della comunità vivono in costruzioni improvvisate, poste ai lati del tracciato sterrato che collega il villaggio alla strada asfaltata più vicina. Tra le case trovano rifugio anche diversi gatti e animali da fattoria per la sussistenza, come agnelli, capretti e qualche vacca. La comunità non ha altri possedimenti e sopravvive grazie alle profonde conoscenze del territorio. Ogni anno durante la stagione delle piogge si raccoglie l’acqua sufficiente per irrigare. I concimi sono solo naturali e ottenuti grazie agli scarti delle vacche. Vivono di miglio e per il miglio, assicurandosi che il suolo riceva il trattamento migliore affinché la produzione continui in maniera sostenibile.

Ci sorge spontanea una domanda, ovvero se tutti quegli uccelli che avevamo avvistato nei campi non ostacolassero la produzione. Forse un po’ - ci rispondono, poi aggiungono - ma dovranno pur mangiare qualcosa anche loro, no?

Erano persone estremamente sagge, anche se non istruite. Non hanno avuto bisogno di studiare per realizzare che, per la propria vita, era necessario mantenere ben saldo quell’equilibrio fragile tra uomo e natura. Hanno rispettato l’ambiente, trovando un compromesso e senza imporsi, e in cambio la natura continua a dar loro le risorse necessarie per vivere. È stata messa da parte la massimizzazione del guadagno, per far spazio ad una visione più ampia, che va oltre il volere individuale e definisce le regole chiave di cooperazione all’interno della comunità.

È paradossale che proprio nei contesti più poveri il profitto venga messo in secondo piano. Una comunità così poco numerosa e limitata, nei mezzi e nelle risorse, potrebbe regalare preziosi consigli all’Occidente avido e sprecone, che non riesce a mantenere in equilibrio economia e ambiente. Gli agricoltori del Dharani Cooperative hanno dato prova che il biologico esiste ed è conveniente, in termini di ecologia e anche di denaro. Una realtà che possiede tutte le risorse, come il mondo occidentale, si rivela responsabile dell’iniquità della ricchezza mondiale e incapace di privarsi degli eccessi. Gli agricoltori, invece, non si preoccupano delle perdite economiche e vivono con le risorse necessarie senza desiderarne di più.

Il profitto non è certo snobbato ovunque in India, ce l’ha raccontato Bablu, una delle nostre guide. Ci ha raccontato la storia di quelle centinaia di pale eoliche che oggi costellano la riserva naturale di Kalpavalli in Andhra Pradesh. Oltre a causare la morte di decine di volatili, producono energia per le multinazionali a nord del paese, non certo per le popolazioni locali, come invece era stato garantito prima dell’installazione…

Nelle realtà indiane in cui vi è connessione tra uomo e natura, non si cerca lo sviluppo, che per le popolazioni agricole è sinonimo di distruzione e di monopolio economico. Si cerca un riavvicinamento al principio, a quando la tecnologia non aveva ancora preso il sopravvento e le comunità indigene vivevano con l’indispensabile. Contrariamente a quanto si crede, le realtà più povere in India sono sì a sfavore di uno sviluppo tecnologico, ma non in tutti gli ambiti. Tanto è vero che, il non-sviluppo, non giustifica il fatto che debbano vivere senza enormi smartphone e privi di un’antenna per la televisione, strumenti oggi necessari per un’informazione costante e in tempo reale. Uno stile di vita estremamente semplice, che non prevede la presenza di carta igienica in bagno o l’uso delle posate a tavola, non è obbligatoriamente sinonimo di ignoranza o arretratezza. È stato un esempio di vita facile da cogliere durante il nostro soggiorno, e tante realtà ce lo hanno mostrato.

Una delle esperienze più significative è stata la visita al Nature School della Timbaktu Collective. Si è trattato di una serata interamente dedicata a canti e balli insieme ai bambini della scuola elementare, che non avrebbero potuto renderci più felici, mostrandoci quegli enormi sorrisi di riconoscenza e sincera felicità. La scuola è stata fondata nel 1992, con lo scopo di istruire e di farlo nel modo più creativo possibile. È un progetto che dà la possibilità ai bambini economicamente meno privilegiati di imparare e di scoprire il loro potenziale, così da avere l’opportunità di scegliere il loro futuro.

Arrivati nel cortile della scuola, ci siamo accomodati sui gradini di una piazza rotonda, pronti ad assistere allo spettacolo. Siamo stati travolti da un’ondata di bambini di varie età che hanno iniziato a spintonarsi per sedersi accanto a quegli strani ospiti con la pelle bianca e i capelli chiari. Non riuscivano a toglierci gli occhi di dosso. Avvicinavano le loro manine scure alle mie e mi guardavano con espressione stupita nel vedere quanto fossi pallida. Mi parlavano nella loro lingua e qualunque cosa io rispondessi, senza capire, ribattevano con interesse. Ho intavolato diversi discorsi con molti di loro senza ben sapere di cosa stavamo parlando, ma erano troppo amichevoli e troppo entusiasti per rifiutare una conversazione. Ci hanno rivolto delle domande, incuriositi: Che animali ci sono nel vostro paese? Voi andate a scuola? Avete una casa? Domande così elementari a cui è stato quasi difficile trovare una risposta esauriente.

Poi ho conosciuto Chandana (Ciandaná). Circa 7 anni, capelli nerissimi raccolti in due trecce perfette, magra e con dei piacevoli lineamenti del viso. Abbiamo parlato a lungo durante lo spettacolo, gesticolando. Ha imparato immediatamente il mio nome ed è corsa a dirlo a tutti. Le indico i brillantini adesivi che si era messa con cura al posto del bindi, il tipico punto rosso tra le sopracciglia che simboleggia il terzo occhio. Beautiful, le dico. Sorride compiaciuta. Un secondo dopo inizia a staccarseli uno ad uno con le sue piccole dita e ad attaccarmeli sul cinturino dell’orologio. Le dico di fermarsi, che non c’è bisogno, ma lei è troppo felice e me li regala tutti.

A fine spettacolo è ormai sera. I bambini ci salutano, felici di aver fatto la nostra conoscenza. Saluto Chandana un’ultima volta e le chiedo nuovamente il nome, che non riuscivo a ricordare. Pochi minuti dopo la vedo tornare di corsa con un sorriso smagliante. Aveva in mano un piccolo pezzetto di carta bianca con incollati almeno un centinaio di quei minuscoli brillantini colorati; me lo lascia in mano e corre via.

Rimango immobile stringendo quel pezzo di carta, senza sapere cosa dire. Avrei voluto parlare la sua lingua per ringraziarla, ma non ho potuto. Ci tenevo a spiegarle quanto fosse stato significativo quel gesto inaspettato e quanto di importante fosse riuscita a donarmi.

Per assurdo le persone che possedevano meno cose, ci hanno regalato di più. Il sincero interesse dei bambini nei nostri confronti ha creato ricordi indelebili. Dopo la visita al Nature School un piacere inspiegabile mi ha tenuto compagnia per tutta la sera, solo grazie a dei piccoli uomini e a delle piccole donne che hanno dimostrato quanta più gioia ci sia nel dare che nel ricevere. Forse è proprio non avere niente che rende le persone più attaccate alla vita e ai suoi valori più importanti. Chandana e gli altri bambini ci hanno svelato quanto poco rilevanti potessero essere degli averi materiali, come dei brillantini o degli elastici per capelli, regalandoceli, perché riconoscenti di ciò che noi avevamo fatto per loro.

Non mi sono resa conto subito dell’enorme gesto che avevamo compiuto noi studenti nei confronti dei bambini della scuola, perché troppo occupata a pensare a come avrei potuto ricambiare quei meravigliosi brillantini. È stata la soddisfazione palpabile, visibile sui loro piccoli visi, la conferma del fatto che non avremmo potuto regalare niente di più prezioso delle nostre attenzioni e del nostro tempo.