10 Settembre 2013

Che il Cinquecento segni un momento di radicale trasformazione nel modo in cui le elites culturali, economiche e politiche europee vedevano il mondo è ormai dominio comune. L'invenzione e la diffusione capillare della stampa a caratteri mobili, la scoperta dell'America, l'aspro dibattito teologico che portò alla Riforma e alla Contro-riforma sono tra i più famosi episodi che segnano questo cambiamento.

Meno noto è come questi venti di cambiamento spirassero non solo sulle alte guglie delle cattedrali e dei palazzi regali, ma anche nelle polverose strade di fango delle città e delle campagne, muovendo la curiosità intellettuale anche degli umili, di bottegai, contadini ed artigiani. Un fermento diffuso che oggi ci è noto grazie al contributo prezioso che, ormai più di trent'anni or sono, la scuola storiografica della Microstoria ha saputo offrirci.

Muovendosi sull'esempio della blasonata scuola degli Annales francesi, a partire dagli anni Settanta, un gruppo di storici, tra i cui i Carlo Ginzburg e Giovanni Levi, divennero i protagonisti di una serie di studi, ormai considerati dei classici anche a livello internazionale, in cui la grande politica, economica e culturale dell'Italia e del Vecchio Mondo veniva esplorata attraverso le vicissitudini di persone comuni; personaggi le cui vicende erano raccontate in quegli stessi documenti interrogati più comunemente dalla storiografia in passato per raccontare le vite, le gesta e le imprese dei potenti o degli illustri, o per tratteggiare la macro-storia del mondo. L'attenzione alla dimensione “micro”, umana e quotidiana caratterizzò questa nostrana nuova storiografia che molto ci ha detto di come gente comune potesse guardare, pensare il vasto mondo contemporaneo in turbolenta trasformazione.

È uno dei saggi più celebri della Microstoria a dirci come il formaggio potesse diventare un oggetto importante per pensare il mondo. “Il formaggio e i vermi” di Ginsburg, pubblicato nel 1976, racconta le travagliate vicissitudini di Domenico Scandella detto “Menocchio”, un fornaio friulano, e del suo più volte diventare oggetto di attenzione, e giudizio, da parte della Santa Inquisizione.

La storia esemplare di Menocchio ci offre uno spaccato della vita culturale di quella che si potrebbe chiamare piccola borghesia artigiana nella seconda metà del Cinquecento. In un momento storico in cui si assistette ad un vero e proprio boom editoriale che permise una capillare diffusione dei testi più disparati anche nelle campagne italiane, gli artigiani diventavano lettori accaniti di queste pubblicazioni, in particolare quelle in lingua volgare. Le idee di pensatori e predicatori diventavano quindi nuovi strumenti del bricolage intellettuale dei lettori: dove la lettura spronava il lettore a ripensare alla realtà, alla composizione stessa del mondo, il bricolage intellettuale li portava a definire nuove ontologie, nuove idee di mondo, partendo dagli oggetti umili della vita quotidiana.

Le parole di Menocchio sono esempio dei risultati poetici, a volte bizzarri ma non privi di una loro saggezza che questi processi di ricerca portavano a compimento. Davanti alle domande dell'inquisitore, il mugnaio descriveva l'essenza del mondo attraverso una metafora ormai celebre:

“Io ho detto che... tutto era un caos - spiega il mugnaio all'attonito giudice ecclesiastico - cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume, andando cosí, fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli...

Forse rindondante dire che l'inquisitore non apprezzò particolarmente la poetica del nostro che si vide condannare dal tribunale, obbligare all'abiura ma soprattutto vide la sua biblioteca requisita e bruciata. Al di là della triste sorte di Menocchio, che Ginzburg racconta, la metafora del formaggio ed i vermi ci porta alla concretezza materiale della vita quotidiana. Ci dice della centralità di questo alimento non già nella dieta, ma soprattutto nella paesaggio alimentare domestico delle campagne, di come esso fosse un oggetto evocativo capace da una parte di ispirare un senso di perfezione, nella pulizia delle sue forme, della sua sostanza, ma dall'altra la complessiva fragilità di questo universo.

Alla vigilia di Cheese, l'esperienza del mugnaio offre quindi una piccola lezione anche a chi poco interessato è di religione, inquisizione e Rinascimento: quella del formaggio come parabola del mondo, oggetto attraverso cui ancora oggi è possibile pensare riscoprendo forse un senso più profondo, più tangibile ai misteri della natura che ci circonda. Per il nuovo gastronomo, però, le parole di Menocchio aprono ad un'ulteriore domanda; una riflessione circa i tanti vermi che dal formaggio nascono e che il formaggio lo consumano nel loro vivere: sono essi pestilenziale iattura o squisita prelibatezza per il palato? Probabilmente era questa la domanda centrale che avrebbe dovuto fare l'Inquisitore al nostro povero mugnaio.