03 Ottobre 2013
Quello che un autore mette in un film è la parte migliore della propria vita, per questo risulta impossibile stabilire quale momento di vita risulti migliore rispetto a un altro. Io non so se qualcun altro sarebbe in grado di farlo. Trovo che sia tutto interessante e valido nella vita di un uomo, anche un momento di noia. Può esserci un’immagine che ti rimane più in mente, perché qualsiasi avvenimento noi viviamo, lo amiamo in blocco. Ogni volta che diciamo una parola o compiamo un gesto, se non siamo già morti dentro, quella parola e quel gesto portano il peso di tutta la nostra vita.
E. Olmi
Figlio insieme della Lombardia contadina di cui è originaria la sua famiglia (la campagna bergamasca dell'Albero degli zoccoli, 1978) e della Milano operaia in cui è cresciuto (una via non lontana dal ponte della Ghisolfa testoriano e cancellata dalle bombe della seconda guerra mondiale, che poi farà rivivere nelle pagine di un romanzo autobiografico, Il ragazzo della Bovisa, 1986), Ermanno Olmi è il maestro riconosciuto del gesto quotidiano, dell'esperienza di lavoro e di vita comune.
E' stato spesso accomunato a Pasolini, tanto per il potente effetto di realtà che sprigiona in particolare dai volti dei suoi attori non-professionisti e dagli ambienti in location dei suoi lungometraggi giovanili in bianco e nero, come Il posto (1961) o I fidanzati (1963), quanto per un giudizio ricorrente e fortemente negativo sulla modernità e sulla perdita dei valori antichi che il progresso tecnico comporta. Olmi gli è però lontano come toni: raramente sopra le righe, sempre anti-drammatico, nei suoi film il pessimismo di fondo rimane sospeso e inespresso, in secondo piano rispetto all'umanità di personaggi che non chiedono altro che di vivere con dignità una storia ordinaria basata sul lavoro e sugli affetti. Lo stesso uso del dialetto, tipica sfumatura di colore della commedia all'italiana, segno delle fratture storiche e sociali nella poetica pasoliniana, diventa nella scrittura di Olmi il luogo dell'intimità, dell'appartenenza alla comunità, del sentirsi a casa - o della nostalgia. In questo, Olmi è stato una delle maggiori espressioni culturali del cattolicesimo lombardo del dopoguerra.
Nato documentarista dentro alle strutture del dopo-lavoro aziendale dell'Edison, il regista bergamasco è a suo agio nei luoghi in cui gli italiani tirano più o meno faticosamente a campare, gli uffici, le campagne, ma non si limita a registrarne gli umori, le luci, i fumi e le foschie: sin dagli esordi la sua narrazione si caratterizza per buon senso del quadro e fluidità di montaggio, che garantiscono un'azione tesa ed efficace anche e soprattutto nel racconto minimo del quotidiano. Si pensi al suo primo lungometraggio di finzione, Il tempo si è fermato (1958), in cui si racconta nulla più che la guardania a una diga sull'Adamello. Le nevi delle Alpi, e le evoluzioni degli sciatori, come nel cinema modernista dell'anteguerra permettono all'improvviso, dopo i silenzi e i dettagli, costruzioni rapide, inquadrature brillanti e tagli arditi, ma qui sono volti a costruire l'inseguimento di una lepre, un turno di guardia come altri, infine un abbraccio tra colleghi: quella parola o quel gesto non eroici, ma che portano tutto il peso delle vite dei protagonisti.
Le tappe fondamentali della sua carriera, i grandi successi, a partire dallo stesso Albero degli zoccoli, ovviamente, lo portano ad ampliare i suoi temi e la sua tavolozza di colori, ma mai a tradirsi: la moderazione del gesto e della parola si accompagnano sempre all'eleganza dello stile, e l'umanità continua a caratterizzare i suoi eroi anche nei titoli di provenienza o vena più letteraria, come La leggenda del santo bevitore (1988) e Il mestiere delle armi (2001). L'alcolista di Roth, come Olmi ama ripetere nelle interviste, è un bevitore, il suo bere è condivisione quotidiana e sincera; il capitano di ventura, a sua volta, non ha la guerra come fine ma è in fondo solo dedito al suo lavoro, ed entrambi sono degni nella loro dedizione. Allo stesso modo probabilmente Olmi ha voluto intendere la sua professione, regista e intellettuale, ma anche e soprattutto magister, caposcuola che ha fatto crescere molti autori del cinema italiano contemporaneo, Archibugi, Campiotti, Diritti, Sanna, Zaccaro, e di cui il cinema italiano continua ad avere bisogno.