Cosa ti ha portato a Pollenzo per il corso di laurea triennale e da quando sei appassionato di vino?
Sono fortunato, mi sono innamorato del mondo del cibo e vino molto presto e quindi è stato facile capire che avrei dovuto dedicarmi a questo. È stato tutto estremamente spontaneo e una volta capito questo, ho cercato e scelto ciò che ritengo essere il meglio: Scienze e Culture Gastronomiche a Pollenzo.

Ho avuto la fortuna di trovare lavoro subito dopo la laurea quindi non ho continuato a studiare all’Università ma ho continuato ad aggiornarmi con altri corsi. Sono convinto che in un’altra vita potrei fare il Master in Wine Culture and Communication: il cast che c’è in termini di professori, da Armando Castagno a Nicola Perullo è indice di livello estremamente alto. So che è un Master di valore e insieme ad Oenofuture Ltd, la compagnia per cui attualmente lavoro abbiamo ricercato a Pollenzo due nuove figure da inserire nel nostro team.

Il bello di Pollenzo è la solidità del network. Usciti da Pollenzo non è facile, le Langhe sono un piccolo paradiso in Italia, fare lo step di crescita sociale non è semplice, per questo sono molto orgoglioso di continuare a collaborare con appassionati formati qui. I langaroli ti aprono il cuore ma non dal primo momento; come in tutti i luoghi con forte identità si deve entrare in punta di piedi.

Da Milano a Miami a Londra: quali sono le tappe della tua carriera più stimolanti e com’è cambiata la tua visione del vino grazie a queste?
In questi anni ho visto realtà diverse in cui il vino era percepito in modo molto diverso. Negli Stati Uniti il livello di cultura del vino non è molto alto e l’approccio è polarizzato e manipolato dai degustatori del settore. Polarizzare il gusto del vino ci porta alla perdita del pensiero critico. Lì ho imparato il lato più economico del lavoro, sappiamo che anche questo è importate nella filosofia del buono, pulito e giusto. Ho imparato cosa vuol dire lavorare sotto pressione per una società di distribuzione e importazione di vino.

È stata un’esperienza importante ma quando si parla di vino l’esperienza più importante è quella che sto facendo ora a Londra. Londra è la Premier League del vino, il livello di cultura che c’è qui è altissimo. Il consumo del vino viene fatto in modo opportuno e si lascia al vino il tempo di maturare. L’attenzione è addirittura maggiore che nelle Langhe dove il vino si beve molto giovane e questo lo ritengo un grosso limite.

Durante il mio percorso lavorativo ho avuto la possibilità di assaggiare tantissimi vini, sono arrivato a provarne circa 120 al giorno per due anni. Grazie a questo ho scoperto i dettagli e ho iniziato a parlare con il vino. Parlare con il vino è fondamentale per chi lo ama. È frustrante per tanti degustatori non capire le parole che il vino vuole comunicarci. Con pazienza, concentrazione, attenzione e studio ho sviluppato un pensiero ed un gusto critico. Londra è la capitale del vino, sono stati i primi a importare, a speculare, a consumarle. Consiglio vivamente a chi vuole lavorare nel mondo del vino di fare esperienza a Londra.

Cosa vuol dire “autenticità” di una bottiglia?
Esiste solo una compagnia privata dove ci sono 13 certificatori, la stessa che aveva smascherato il caso Rudy Kurniawan (falsario di vini più famoso dell’epoca moderna). Col mio team ci siamo resi conto che si era creato un monopolio e che era comunque possibile commettere errori nell’autentificazione. Spesso gli artigiani del vino imbottigliano usando una seconda produzione di etichette o una seconda partita di tappi e questo crea incoerenza sui dettagli delle bottiglie; i dettagli che sono fondamentali per autenticarle.

Dopo aver fatto un corso con questa compagnia ho analizzato, insieme al mio team e colleghi di Oeno, dettagli e punti chiave, e ho unito i paramenti imparati ad altri che abbiamo definito. Abbiamo trovato 92 punti chiave su una bottiglia che devono corrispondere ai nostri dati per far sì che questa possa essere giudicata autentica. Collaborando anche con tanti altri merchant ho analizzato tantissime tecniche dall’uso dei microscopi ad altissima definizione alle luci UV fino a tamponi per il controllo di inchiostro o colle usate per rimbottigliare. È questo il vero problema: la bottiglia non è falsa ma era già stata stappata e viene usata per un altro imbottigliamento. Sono orgoglioso di dire che fino ad oggi non abbiamo mai venduto una bottiglia falsa ed è una grandissima soddisfazione!

Mi sono specializzato nell’andare a cercare le ultime gemme che ci sono in giro, per me sono pezzi d’arte, dei pezzi di storia e voglio dargli il rispetto che meritano. Questi parametri riguardano il mercato secondario che è solo il 10%. Per il primario ho inserito un ologramma ad otto livelli di sicurezza che fornisce una prevenzione a una possibile contraffazione nel futuro. Il mio sogno è di vedere i merchant di tutto il mondo uniti e vedere qualsiasi bottiglia mossa nel mercato con il suo passaporto, come avviene nel mondo dell’arte. Solo così si potrà avere un mercato del vino controllato.

Cosa ne pensi del vino naturale che è ormai diventato popolare in tutto il mondo?
Il vino naturale non esiste come non esiste quello convenzionale. Ho fatto su questo la mia tesi, quasi 10 anni fa, o forse 8 non so, il tempo vola! Con “modelli di vino convenzionale e modelli di vino naturale” mi è piaciuto molto discutere della non essenza del vino. Non si deve dividere in categorie così nette. Tutte le bevande che vogliamo chiamare vino devono esprimere il territorio, un grande territorio vocato alla viticoltura, se ha molto “make up” ci vorrà più tempo per far venire fuori il territorio. Se ne ha meno lo esprimerà già dall’inizio; in ogni caso, se il territorio c’è verrà fuori, per questo parlare di “naturale” secondo me non è avanguardistico e non è un buon approccio al mondo del vino. Si deve parlare di qualità e di vini che esprimono la terra. Pollenzo mi ha fatto molto riflettere su questo argomento.

Mi piace essere in sfida con me stesso e credo sia importante cercare di continuare a sviluppare il pensiero, le idee, la propria filosofia e l’approccio. Mettersi sempre in gioco, a volte ogni professionista deve fare tabula rasa e cominciare da capo. Io sono fortunato e la pace del pensiero non la trovo, cerco di mettere i tasselli del puzzle a posto studiando e parlando con i produttori e il mio pensiero è sempre in crescita. Sono ancora vicino al pensiero che ho consolidato a Pollenzo ma si è evoluto. Ci sono dei produttori di vino che hanno voluto uscire fuori dagli schemi e sono stati rivoluzionari; meritano di rimanere nei ricordi ed essere supportati, sono stati dei pionieri. Molti produttori di vini naturali cercano di copiare questi rivoluzionari e nascondono i difetti del loro vino giustificandosi col fatto che sia naturale, questo è fuorviante e confonde i consumatori!