Lettera da Pollenzo

Via Mendicità Istruita (là dove tutto è cominciato)

La descrizione di un luogo simbolico ci offre l’opportunità di narrare la sua storia e quella delle persone che nel tempo lo hanno frequentato. Negli ultimi trenta e più anni, la sede storica di Slow Food e del Boccondivino è diventata meta di viaggio di migliaia di persone. Capita sovente di vederle curiose con il naso all’insù per vedere e conoscere il luogo dove tutto è cominciato. Sono soci o appassionati che provengono da tutto il mondo; in qualche misura, questa casa di ringhiera con quei due glicini (uno quasi centenario) che dominano le balconate, è diventata oggetto di turismo. Se un giorno vi sarà una collezione o un luogo museale per raccogliere i documenti di questa bella avventura, mi piacerebbe che il sito fosse proprio questa casa.

Come sapete, un luogo o un edificio non si descrivono solo attraverso le caratteristiche estetiche e architettoniche, ma spesso, per il loro vissuto; quasi fossero involontari depositari di storie e di passioni. Questo è quello che voglio raccontare a tutti voi ma anche a tanti miei concittadini che non conoscono i fatti che andrò a descrivere.

Partiamo dalla storia recente: era il 1984 quando in via della Mendicità Istruita al numero 14, un gruppo di pionieri diede il via alla nascita del Boccondivino e del movimento gastronomico che allora portava il nome di Arcigola. Al mio fianco Marcello Marengo, Gigi Piumatti, Anna Ferrero, Silvio Barbero, Firmino Buttignol e in cucina la mitica Maria Pagliasso e Beppe Barbero, detto Gepis. Penso a quei tempi con nostalgia ma anche con stupore per la lunga strada intrapresa. Il Boccondivino era per il territorio il primo esempio di un’attenzione per la cultura del vino in campo ristorantizio. Eravamo subentrati a un piccolo ristorante macrobiotico al pian terreno dal titolo “L’albero del pane”. Un anno dopo, nel settembre dell’85, il ristorante si spostò nell’attuale sede al primo piano, interno cortile. Gli uffici di Arcigola si sistemarono al primo e al secondo piano fronte strada, e di qui iniziò l’avventura. Quante riunioni, quanti momenti conviviali, quante cantate e serate indimenticabili! A volte penso che se noi avessimo fatto come in tanti ristoranti che immortalano con fotografie alle pareti i clienti più prestigiosi, ebbè, non avremmo più pareti a disposizione.

Ma lo scopo di questa riflessione è di condividere il vissuto di questo luogo andando più in profondità del tempo. E allora ne vedrete delle belle.

Partiamo dal manufatto di cui non abbiamo documenti che ne stabiliscono l’anno di fondazione. Presumo che la casa originaria, nel tempo poi estesa a nuovi fabbricati, possa datarsi nel secolo XVII. Qualcosa si intravede nella tavola Braydae Oppidum-Vernaculè Bra, una dettagliata veduta della città, opera dell’incisore Giovenale Boetto datata 1666. Quella che diventerà via Mendicità Istruita, è qui raffigurata come una strada non rettilinea che sale dal corso centrale verso la parte alta della città.

La prima testimonianza scritta di questa casa arriva nell’anno 1702. In quella data si costituì l’Accademia degli Innominati; il gruppo fondativo di questa Accademia letteraria era composto di sedici membri, dodici dei quali braidesi; nel tempo il sodalizio raggiunse fino a duecento aderenti. Dal 1702 fino al 1714, l’Accademia si riuniva nella nostra casa allora proprietà di Operti Domenico Tommaso, dottore in Medicina e Filosofia che, come usanza, portava il nome accademico l’Astratto. Con pubblicazioni, “recitamenti” e adunanze, la vita dell’Accademia acquisisce prestigio in tutta Italia. La rete di relazioni contribuisce a iscrivere nei registri dell’Accademia braidese nomi di prestigio nazionale come Ludovico Antonio Muratori (l’Infervorato) o Scipione Maffei (Il Risorgente).

Nel 1717 l’Accademia degli Innominati diviene ufficialmente Colonia Arcadica, unica in tutto il Piemonte. Il movimento arcadico, l’Arcadia, rappresenta un capitolo importante nella storia della letteratura italiana: certamente la più importante corrente poetica a cavallo tra il ‘600 e il ‘700. Riporto qui di seguito alcuni nomi dei fondatori e alcuni titoli dei “recitamenti” che caratterizzavano le riunioni dell’Accademia degli Innominati.

Tra i  soci fondatori:

  • Bonino GiovanBattista detto Incorporeo
  • Gastaldi teologo Benedetto detto Velato
  • Mathis Carlo Camillo detto Impassibile
  • Reviglio Bartolomeo detto Estraneo
  • Saraceno Paolo detto Oscuro

Titoli dei recitamenti avvenuti nella nostra casa nell’attuale Via Mendicità:

  • Se sia maggior gloria ad un Re l’acquisto di regni oppure dei letterati
  • Se sia più nobile la prosa o la poesia
  • Se sia più fruttuoso l’insegnamento o l’esempio
  • Se più offenda la giustizia chi condanna l’innocente o chi corrotto con doni assolve il reo

Come vedete, i temi del sodalizio erano tutt’altro che banali. Mi piace pensare che con questa passione i miei concittadini di allora dibattevano temi che dopo tre secoli sono ancora attuali.

Facciamo un passo in avanti e andiamo alla seconda metà dell’800, quando la casa situata nella via, da poco denominata della Mendicità Istruita, ha una nuova proprietà ed appartiene alla famiglia dei Casalis, notabili che negli anni ricopriranno prestigiosi incarichi in città. Questa famiglia possiede pure una cascina a Pollenzo e non pochi reperti archeologici dell’antica Pollentia sono arrivati nel giardino-cortile della nostra casa. A tutt’oggi, sono visibili mattoni della fornace di Pollenzo di epoca romana e una stele funeraria (in fondo al cortile), dicesi dedicata a un commerciante di vini sempre di Pollentia.

Ma la cosa più interessante è che l’avvocato Casalis che qui risiedeva, fu il corrispondente per il territorio di Alba, Bra e Langhe dell’inchiesta Iacini. Tra il 1877 e il 1886, il Regno d’Italia realizzò questa inchiesta sulla condizione di vita nelle campagne del regno. Da via Mendicità Istruita, Casalis descriveva la realtà quotidiana dei contadini di questo territorio, e documentava proprio quel mondo di cui un secolo dopo Slow Food auspicava il riscatto mondiale con Terra Madre. Scriveva Giuseppe Villani che con l’inchiesta Iacini “l’Italia imparò che in vastissime plaghe delle sue campagne, la denutrizione era la regola, che la malaria infieriva nelle regioni del sud e la pellagra in quelle del nord”.

Il nostro corrispondente descrisse sul nostro territorio una condizione umana che a metà del Novecento Beppe Fenoglio sintetizzò con il termine “la malora”.

Altro passo avanti: negli spazi al pianterreno dove si insediò il primo Boccondivino e prima ancora il ristorante macrobiotico, per quasi un secolo ebbe sede l’Osteria della Stella Polare. Il nome pur bello e suggestivo di questa osteria non ci convinse tuttavia ad adottarlo quando fondammo il Boccondivino, ma certamente le due denominazioni rappresentano gusti e sensibilità di diversi momenti storici. Quello che è certo, però, è che al primo piano della stessa casa, nasceva nel 1990 la Guida delle Osterie d’Italia, sussidiario del mangiar bene all’italiana: la guida che in oltre trent’anni di vita ha selezionato e promosso il meglio di questo grande patrimonio nazionale.

Per certi versi, Osterie d’Italia ha indicato le coordinate e le suggestioni a cui si sono ispirati tanti osti su tutto il territorio nazionale: è stata per tutti una stella polare.

Ma non sarei esauriente se sottacessi un fatto di sangue che proprio si verificò nell’Osteria della Stella Polare il 28 gennaio del 1945 sul finire della guerra. In questa Osteria Trattoria fa irruzione un piccolo distaccamento partigiano della brigata Belbo. Così lo riporta la fredda cronaca giudiziaria: “Verso le 19.20 tre sconosciuti camuffati, due da militi della Brigata Nera e uno da soldato tedesco, armati di sten, entravano nella trattoria intimando “mani in alto” ai presenti; uno dei due soldati tedeschi, che erano nella trattoria, reagì subito sparando con la pistola. Gli sconosciuti risposero al fuoco e nella sparatoria rimanevano uccisi i due tedeschi, il Rivetti Carlo e la Giordano Angela, mentre uno degli sconosciuti vestiti da militi della Brigata Nera rimaneva ferito”.

Converrete con me che molte cose si sono viste e molte ancora si vedranno in questo piccolo spazio della Città di Bra, che nel 2017 il proprietario Alvazzi Del Frate Cesare pone in vendita. Slow Food e la Cooperativa Tarocchi che gestisce il Boccondivino, sono gli attuali proprietari della casa in Via Mendicità Istruita 14.

Ciò che più incuriosisce è però il significato di una via che porta un nome così insolito e bislacco per una via: la Mendicità Istruita, che alcuni anni fa il quotidiano di San Paolo del Brasile, tradusse in “Mendicancia Culta”.

Ebbene, per spiegarvi questo enigma, vi propongo un articolo uscito nel 1989 su L’Unità a firma di Gina Lagorio. Sembra scritto ieri, lo stile e i contenuti sono meravigliosi. Solo l’intelligenza di una grande scrittrice, braidese di nascita, poteva cogliere quel momento della nostra storia, quando si realizzò il passaggio da Arcigola a Slow Food e tutto ciò avvenne in questa via dal nome strano.

La storia continua, ma per adesso godetevi l’interpretazione di Lella Costa e la lettura di questo straordinario contributo.

 

Slow Food via Mendicità istruita

Tratto da L’arcigoloso, supplemento de L’Unità, anno XXXVIII, nuova serie, n.38,

 25 settembre 1989, pag. 1 – di Gina Lagorio

Mi trovavo a New York e non mi ricordo chi intorno al tavolo cominciò a parlare con entusiasmo di una novità: lo “Slow Food”. Gente di garbo, naturalmente, e di lunga sapienza, che non aveva scelto a cuor leggero il locale in cui portarmi a mangiare.

Mi venne da ridere perché io avevo seguito fin dal nascere, chiacchierando e sghignazzando con Folco Portinari, l’idea che anche a me pareva una felice contestazione gastronomica, cosicché potei illustrare quello che un giornalista politico chiamerebbe il retroscena di quello che si stava trasformando in un’operazione sociale-economica-ecologica e chi più ne ha più ne metta.

Parlai dell’Arcigola, delle gare e delle classifiche tra ristoranti, delle Feste dell’Unità, della guida dei vini, dell’amico Carlin, e di Bra. Qui cominciarono i guai: avete mai sentito questo nome, che mette in difficoltà anche gli italiani, se, visto che ci son nata, da un secolo mi sento chiedere se Bra si scrive con l’accento o senza l’accento, l’avete mai sentito pronunciare da un Americano? È un effetto arrotante di rara allergia uditiva, e poiché chi mi parlava ardeva di mettersi in contatto con la benemerita associazione promotrice dello “Slow Food” dovetti dare per intero l’indirizzo.

La “mendicità istruita” suscita le più imprevedibili reazioni anche da noi: figuratevi in America! C’era anche, a quel tavolo, una scrittrice, una squisita signora di origina ebrea di nascita statunitense di formazione culturale parigina, con marito di diversa ma non meno sofisticata geografia intellettuale. Entrambi sapevano tutto del nostro paese, lei collaborava al supplemento del New York Times, sulle cui colonne raccontava via via le sue scoperte italiane. Inutile dire che la prossima sarà in aria di Langa. Beth dunque mi chiese, non meno curiosa di Victor, che cosa fosse questa “mendicità istruita”. A me è più facile decifrare i misteri di Cherasco da cui provengono i miei, ma per fortuna voglio molto bene a Bra dove ho ricordi felici d’infanzia e un pochettino di storia patria la conosco, per cui, con qualche approssimazione e un pizzico di nostalgia, feci venir voglia a Beth di venire a consumare almeno un pasto con gli amici al “Boccondivino”.

Poi, ritornata a casa, mi sono andata a informare, con scrupolo, come si addice a una piemontese diligente, per di più nata a Bra. E perciò adesso voglio raccontarlo ai seguaci dell’Arcigola che prego, esorto, consiglio di non cambiare il loro indirizzo bislacco, come ho sentito sussurrare (ma se conosco Carlin e compagni la metropolizzazione dell’Arcigola non si farà). Per tante buone ragioni, la prima delle quali è che ciascuno deve amare il suo passato senza il quale non avrà che il futuro di un vegetale, o al massimo di un invertebrato. La seconda è che trovo detestabile l’attuale tendenza alla rimozione della storia. Rimuove chi ha dei delitti ignorati o che spera tali, da far dimenticare. E perciò siamo seri, anche nel PCI; e le operazioni di rilettura del passato siano fatte con il sentimento fermissimo della dignità di una storia senza la quale quella italiana del dopoguerra sarebbe stata tanto diversa e tragicamente peggiore.

Per tornare a noi, non è bello che la culla dell’idea di un’alimentazione ricca di gusto di allegria di sincerità e di umanità, sia in questa stradina in salita che porta ad una antica piazza, dove un tempo si svolgeva la vita comunitaria sia civile che religiosa? Dove c’è un santo benedicente su un piedistallo, che è stato così misericordioso con l’umano dolore da pensare a quelli che nessuno vuole perché sono brutti, sgradevoli e perciò in assoluto i più soli? Ma sì, il Cottolengo, che è anch’egli per i più solo un nome.

E veniamo al mio proposito di raccontarvi la “mendicità”. Che deriva dal latino e definisce la condizione di chi vive mendicando. Quella aggiunta di “istruita” a Bra indica un edificio e un’istituzione scolastica fondata e finanziata da una certa Vittoria Craveri per aiutare le ragazze sole, povere tanto da essere costrette a mendicare o se, anche conviventi con i genitori, prive di mezzi per istruirsi.

Siamo negli anni trenta dell’Ottocento, si ha fede nelle “magnifiche sorti” e nell’efficacia sociale dell’istruzione e in più una donna generosa come certo fu la nostra Vittoria, si proponeva di sottrarre alle violenze inevitabili della miseria e della strada le bambine sole. Una femminista ante litteram? Ma certo, perché anche se avesse pensato di fare delle ragazze istruite altrettante figlie di Maria, la cosa non cambia; aveva capito il nocciolo della questione: non c’è emancipazione femminile, né libertà interiore, né parità civile se non passa attraverso l’istruzione.

E allora anche come donna ve lo dico, cari amici dell’Arcigola, tenetevi il difficile e un po’ buffo indirizzo e se, come vi auguro, lo “Slow Food” vi crescerà tra le mani come un’idea vincente di comportamento umano, sarà bello sapere, e più tardi ricordare, che di qui è partito, da un’amabile via di una cittadina del Cuneese.

Gina Lagorio

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