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Trastevere Km0: anche il Lazio si racconta

Dove “se magna” si mangia male. Lo stereotipo dell’osteria romana dalla caraffa di vino sfuso sempre piena e dall’antipasto riempi-pancia sembra portare, dalle trattorie dei Castelli a quelle di Trastevere, a questa triste conclusione. Tanto da sconsigliare, a un visitatore più attento al cibo che al folklore, le zone più turistiche della città eterna. Le più affascinanti per l’appunto. Ed è proprio da qui, dal cuore di Roma, che tre anni fa è partita la sfida di Giuseppe Stocchi, allevatore, e Luca Mattozzi, agricoltore. “Creare un elemento di rottura, un’offerta diversa, in un luogo autentico”: ci racconta Giuseppe. Questa l’ambizione di Trastevere km0, un locale piccolo, davvero piccolo, che a stento sembra poter contenere tanto colore. E in serata, è doveroso aggiungere, tanta gente. Perché i giovani, quelli dei pub di Campo de’ Fiori, e i turisti, quelli che apprezzano già volentieri le trattorie che di autoctono hanno solo il centurione che li accompagna al tavolo, qui trovano davvero un’alternativa. Il pecorino di transumanza, la ricotta di pecora, l’olio, gli ortaggi e le erbe selvatiche sono il frutto del lavoro dei due giovani imprenditori, affiancati, sulle pareti, nei taglieri e nei “piatti del giorno” del loro laboratorio alimentare, da quelli di altri piccoli produttori romani. “Aziende piccole, possibilmente gestite a livello famigliare, il più vicine possibile e di nicchia”, spiega ancora Giuseppe. Poi specifica: “Per nicchia non intendo costose, ma difficilmente reperibili sul mercato e soprattutto con qualcosa da dire”.

trastevere km0

Nella loro selezione, tra una crema alla radice di songino e una birra artigianale al carciofo, vini laziali che fanno la ramanzina nel contraddire quello che, guardiamoci negli occhi, si pensa in tanti del vino laziale. Senza lo sproporzionato ricarico della bottiglia bevuta in loco. Un modo, anche questo, per avvicinare i ragazzi. Gli stessi che, continua l’allevatore, “Hanno perso il contatto con la terra, ai quali cerco di instillare l’interesse per l’agricoltura con lo strumento del ricordo”. Tra i pochi tavoli del locale (se già lo spazio è poco e i pallet di ortaggi di Luca non sono d’aiuto) è tutto un racconto di qualcosa che sembra fermo a due generazioni fa, è tutto un assaggio. Anche di zafferano, commercialmente un suicidio. Ma i gestori lo sanno: “Non è un’operazione commerciale. Noi un lavoro ce l’abbiamo già e qui raccontiamo una storia. Stiamo ricreando nel centro di Roma la “ributta” che facevo in gioventù, quando a Leonessa, il mio piccolo paese, c’era ben poco da fare e con gli amici passavo le serate in tavernetta a mangiare e bere cose buone”. Poi mi racconta di quella volta che una coppia di messicani ha assaggiato l’olio della Sabina prodotto dal suo socio, fresco di frantoio: “Erano convinti fosse pesto e mi hanno chiesto cosa avessero mangiato, fino ad allora, durante la loro vacanza”.  Anche questo è l’obiettivo: garantire al turista lo stesso servizio di un italiano, ben più consapevole della qualità a propria disposizione. Lungi dal reputare Trastevere Km0 la sola realtà romana in grado di onorare le eccellenze locali, è quantomeno giusto annoverarla tra le rare finestre della città affacciate sul Lazio. Un Lazio troppo poco conosciuto; turisticamente ridotto, se così si può dire, alla Capitale e, proprio in virtù di quel grande flusso di visitatori, oltreché delle proprie tradizioni, ricco di un potenziale enogastronomico che Luca e Giuseppe sembrano aver scorto.

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