Approfondimenti

Dal barachin al lunchbox, dall’homo faber all’homo dieteticus

Oggi, nell’ambito del diffuso interesse per il cibo e la gastronomia, grande attenzione viene prestata ai “cibi della tradizione”, un concetto talvolta ambiguo, spesso riferito al “mondo contadino”, immaginato come depositario di saperi gastronomici autentici e genuini. Quest’attenzione a un mondo rurale, rievocato in maniera sovente idilliaca, ha fatto troppo in fretta dimenticare la gastronomia “operaia”, la pratica alimentare di centinaia di migliaia di lavoratori della fabbrica che nel corso del Novecento hanno consumato il pranzo durante il turno di lavoro nel barachin, la gavetta. Il contenitore del pasto era così importante al punto di diventare un elemento costitutivo dell’identità operaia: “lavora da barachin”, “è un barachin di Agnelli” furono espressioni abituali che negli anni del boom dell’industria piemontese e torinese designavano l’operaio stesso, soprattutto quanti lavoravano negli stabilimenti Fiat.

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Ricordare la pratica gastronomica del barachin – come invita a fare la mostra Fame di lavoro, allestita dall’Università di Scienze Gastronomiche a Palazzo Lascaris (Torino, via Alfieri 15), dove sarà visitabile fino al 22 luglio 2016 – è quindi l’occasione non solo per rievocare l’epopea operaia del “secolo breve” (Hobsbawm, 1995), ma anche il pretesto per ricordare il sapere complesso delle madri e delle mogli, deputate alla sua preparazione. Il pasto operaio doveva essere cotto e condito al punto giusto, confezionato in modo che fosse sufficiente soltanto di un po’ di calore per farlo tornare appetitoso. Alcuni cibi, come la carne asciutta o le zuppe dense, dopo il passaggio dei barachin negli scaldavivande, sarebbero diventati immangiabili. Le donne di casa riuscivano invece ad adattare alle esigenze di trasporto e di riscaldatura molti cibi della tradizione: le donne del Nord preparavano principalmente minestre di verdura, mentre quelle del Sud cucinavano ai propri mariti la pastasciutta. Si assistette ad un’avanzata del Mediterraneo nelle regioni dell’Italia Settentrionale, una mescolanza di pratiche culinarie che ha contribuito al farsi della gastronomia italiana tout-court, con il diffondersi di nuovi stili di consumo e nuovi cibi (Serventi, Sabban, 2000; Montanari, 2010). “Polentoni” e “mangiamaccheroni” fecero conoscenza, all’interno della fabbrica, delle tradizioni alimentari delle altre regioni italiane (Margotti, 2003). Da questo fecondo incontro di culture regionali prende ad esempio piede anche nell’Italia settentrionale la salsa di pomodoro, a discapito delle più concentrate conserve della tradizione piemontese. Analogamente in fabbrica arrivavano anche vini da tutte le regioni del paese: il Barbera del Piemonte, il Merlot del Veneto, il Cannonau della Sardegna o il Cirò della Calabria. Gli operai, insieme alle tradizioni gastronomiche delle proprie regioni d’origine, portavano infatti con sé nella fabbrica i vini del proprio territorio di nascita, vini che diventavano elemento di condivisione e di conoscenza reciproca.

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Oggi, con il tramonto del sistema di fabbrica che ha dominato il Novecento, anche il barachin è caduto in disuso, un oggetto che ben potrebbe figurare nel “dizionario delle cose perdute” di Francesco Guccini (Guccini, 2012, 2014). Se il barachin – inteso tanto come oggetto quanto come l’operaio stesso che in esso veniva identificato – è scomparso dall’uso, non è venuta meno la necessità fisiologica della pausa pranzo per i lavoratori. Dopo un dilagare di ripetitive mense aziendali, di anonime tavole calde, di insipidi piatti tris, di ristoranti self-service, di improbabili piattini mangiati al bar, assistiamo oggi a un ritorno della pratica di portarsi da casa il pranzo da consumare sul posto di lavoro. Lo fanno soprattutto i giovani: li si vede nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, intenti a pranzare non più nel contenitore metallico che era stato dei loro nonni e dei loro padri, ma in anonime scatole di plastica dai coperchi multicolori. Il barachin è stato sostituito dal lunchbox. La fortuna di questa pratica è dovuta non tanto alla necessità di risparmiare il costo, peraltro non indifferente, del quotidiano pasto fuori casa, ma è soprattutto lo specchio di una società che proietta nel cibo il proprio bisogno di sicurezza. Ecco quindi che nei moderni lunchbox non troviamo più le pietanze robuste di chi doveva sostenersi nel duro lavoro alle presse o alla catena di montaggio: oggi sono delicate insalate, cibi light e bio a farla da padrone. La necessità spasmodica di controllare la qualità di cosa si mangia favorisce oggi il consumo di pasti autopreparati, di cui il consumatore stesso è garante del contenuto: “come se – ha spiegato recentemente l’antropologo Marino Niola nel libro Homo dieteticus – eliminare uno per uno tutti i pericoli, reali o immaginari, che si annidano in quel che mettiamo dentro di noi ci desse l’illusione di riconoscere ed eliminare tutti i pericoli che si annidano fuori di noi” (2015, p. 11). L’uomo postmoderno cerca oggi cibi “senza”: senza grassi, senza zucchero, senza calorie, senza uova, senza glutine, senza olio di palma… (Niola, 2012, p. 81). Un’alimentazione privativa più che nutritiva, che sarebbe stata non solo incomprensibile, ma inconcepibile per gli operai del boom economico che pranzavano con il barachin.

Il barachin può quindi essere preso a paradigma di un mutamento sociale più vasto che dalle sicurezze dall’operaio, homo faber per eccellenza, ci ha condotti alle incertitudini dell’homo dieteticus del tempo presente. Se lo cose stanno così, ecco che conoscere la storia minore del barachin, così come osservare il contenuto del moderno lunchbox, permette di conoscere non solo un pezzo importante della nostra cultura gastronomica, ma soprattutto di comprendere come sia cambiato il lavoro, come sia mutata la società, ma soprattutto come, nell’arco di pochi decenni, si sia trasformata l’Italia.


Bibliografia

Fassino Gianpaolo, Porporato Davide (a cura di) (2016), Fame di lavoro. Storie di gastronomie operaie, Torino, Consiglio Regionale del Piemonte (disponibile anche on-line: www.cr.piemonte.it/web/files/fame_di_lavoro.pdf).

Guccini Francesco (2012), Dizionario delle cose perdute, Milano, Mondadori.

Guccini Francesco (2014), Nuovo dizionario delle cose perdute, Milano, Mondadori.

Hobsbawm Eric J. (1995), Il secolo breve, Milano, Rizzoli.

Margotti Marta (2003), Il cibo degli operai. Trasformazioni sociali e culture alimentari a Torino dal 1945 al 1980, in Il cibo dell’altro. Movimenti migratori e culture alimentari nella Torino del Novecento, a cura di Marcella Filippa, Roma, Lavoro, pp. 103-162.

Montanari Massimo (2010), L’identità italiana in cucina, Roma-Bari, Laterza.

Niola Marino (2012), Miti d’oggi, Milano, Bompiani.

Niola Marino (2015), Homo dieteticus. Viaggio nelle tribù alimentari, Bologna, Il Mulino.

Serventi Silvano, Sabban Françoise (2000), La pasta. Storia e cultura di un cibo universale, Roma-Bari, Laterza.

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