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Angelo Gaja: quando all’artigianalità si unisce il marketing

Fare, saper fare, saper far fare, far sapere

Il credo di Angelo Gaja racchiuso in una frase che, ad una prima impressione, può sembrare banale, ma che in realtà è ricca di significati e valori su cui l’azienda del maestro del vino italiano ha fondato gli ultimi 55 anni di storia. Correva l’anno 1961 quando Angelo, figlio di Giovanni, entrò in azienda trasformandola in ciò che oggi possiamo considerare una delle più rappresentative del settore viticolo italiano di qualità.

Il 23 giugno ho avuto l’occasione di recarmi in visita nella storica azienda di Barbaresco dove, il maestro Angelo in persona, ha tenuto una lezione a tutti noi studenti del corso di laurea magistrale dell’Università di Scienze Gastronomiche. Angelo ci ha accolto nei suoi vigneti, tra i filari di vite della celebre sottozona San Lorenzo che dal 1985 dà il nome a uno dei vini più rinomati dell’azienda, il Sorì San Lorenzo appunto. Qui nulla è lasciato al caso, ogni cosa è curata nel minimo dettaglio: i filari disposti a ritocchino risalgono tutto il pendio della collina dando un senso di geometricità e perfezione.

Angelo ha spiegato come nulla nelle sue vigne avvenga per caso, ma sia legato al “learning by doing” sviluppato negli anni di lavoro; non si può essere certi di nulla, tutto va verificato, sperimentato e constatato. Ogni vigneto dell’azienda è differente dall’altro, perciò abbiamo visto quelli con le arnie di api, quelli con i fiori tra i filari, quelli con una varietà di rosmarino mediterraneo a tracciarne il perimetro.

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Dopo averci mostrato i vigneti dai quali tutto ha inizio, siamo stati accolti in un palazzo storico nel cuore di Barbaresco, dove l’artigiano ha proseguito la sua lezione.

Il palazzo – struttura ricettiva per ospitare le degustazioni di clienti, rivenditori e importatori – è sviluppata a ferro di cavallo e nel centro vi è un chiostro con un antico pozzo ormai inutilizzato, una serie di pergolati, aiuole e piante di lavanda. Nel secondo piano dell’edificio si notano subito le bottiglie che ricalcano la storia dell’azienda esposte in ordine di annata.

L’artigiano albese distingue anzitutto due categorie di vini: i vini di gradimento e i vini di luogo o terroir. I vini cosiddetti di gradimento sono quelli industriali, caratterizzati da grandi volumi e soprattutto prodotti con lo scopo principale di aggradare i gusti dei consumatori, anche a costo di correggere chimicamente alcuni difetti: come l’acidità, il contenuto di tannini, il colore…in questo caso la fa da padrone la standardizzazione che tanto si scontra con la biodiversità.

I secondi, ovvero i vini di terroir, sono quelli che principalmente interessano ad Angelo, prodotti espressione del territorio e di tutti i fattori connessi ad esso e frutto di idee e valori che contraddistinguono il produttore, o meglio, l’artigiano. Gaja si considera dunque un artigiano, che partendo dalla cura meticolosa delle proprie vigne, arriva poi a produrre e vinificare personalmente, con l’aiuto di enologi, consulenti e figure professionali specializzate di livello internazionale. Manca un ultimo tassello, la vendita e il marketing del prodotto. È qui che l’artigiano si distingue da tutti gli altri, richiamando al “far sapere”, ovvero al marketing che di solito viene snobbato oppure demonizzato dai classici artigiani. Angelo ritiene fondamentale il marketing per un artigiano in quanto consente al prodotto di essere conosciuto, apprezzato e quindi venduto. L’esempio dell’etichetta in cui il nome Gaja compare scritto con carattere bianco su font nero, è espressione del minimalismo e dell’essenzialità, simbolo di un brand talmente forte alla mente dei consumatori in grado di richiamare alla qualità, all’artigianalità, senza bisogno di alcuna specificazione aggiuntiva.

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Dunque non è necessario fornire ulteriori informazioni e il fatto che l’azienda produca biologicamente senza indicarlo e certificarlo in bottiglia ne è una dimostrazione. Ovviamente tale reputazione non è stata immediata, ma è stata costruita attraverso anni e anni di dedizione e sacrificio, rinunciando perfino ad imbottigliare e vendere le annate in cui la qualità voluta non poteva essere garantita a causa delle averse condizioni climatiche.

Un assaggio di qualità è stato dato anche a noi studenti. Conclusasi la presentazione di Angelo abbiamo degustato due vini, entrambi dell’annata 2011, il Barbaresco e il Bolgheri “Camarcanda” prodotto nella tenuta Ca’ Marcanda di Castagneto Carducci.

Il primo è indubbiamente il vessillo dell’azienda, prodotto con blend di uva provenienti da 14 vigneti dislocati fra il comune di Barbaresco e quello di Treiso e fatto maturare secondo una sequenza perfetta: 1 anno in barrique, 1 anno in botte grande e un ulteriore anno in bottiglia. Di colore rosso rubino, al naso si apre con sentori di frutti di bosco, arricchiti da gradevoli aromi di caffè e liquirizia; una volta in bocca emerge subito la struttura elegante e densa, con tannini molto fini e un finale lungo e persistente.

Per quanto riguarda il Bolgheri “Camarcanda” la maturazione è frutto di un passaggio in barrique per circa 18 mesi ed in seguito 1 anno di sosta in bottiglia. Questo vino dal colore rosso rubino intenso presenta sentori di frutti rossi e bacche selvatiche e al palato emergono tannini morbidi e un equilibrio quasi perfetto.

Terminata la degustazione Angelo ci ha salutato con un piccolo consiglio per la vita: provarci sempre e crederci sempre.

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