Slow Food dalla Cina chiama a raccolta la rete presente in 90 Paesi «Cambiamo il sistema alimentare, fermiamo il cambiamento climatico»

Dal Congresso internazionale a Chengdu, in Cina, Slow Food lancia Menu for Change, la campagna per mitigare il cambiamento climatico


«Siamo tutti coinvolti: il cambiamento climatico è una crisi presente che richiede uno sforzo corale dell’umanità. Ogni nostra scelta farà la differenza, perché il motore del cambiamento è la somma delle nostre azioni individuali.» Dalla Cina, di fronte ai 400 delegati in rappresentanza della rete di Slow Food e Terra Madre da 90 Paesi, Carlo Petrini ribadisce che il riscaldamento globale è una realtà, non riguarda un futuro indefinito, e i suoi effetti si avvertono già nel presente. Di qui l’esigenza di rafforzare il messaggio del movimento: «Per Slow Food è un dovere occuparsi di cambiamento climatico: non esiste qualità del cibo, non esiste bontà senza rispetto dell’ambiente, delle risorse e del lavoro».

In tutto il mondo, Slow Food lancia oggi Menu for Change la prima campagna di comunicazione e raccolta fondi internazionale che mette in relazione cibo e cambiamento climatico. Le emissioni agricole di produzione vegetale e animale sono tra le principali fonti di emissioni di gas-serra, tra cui anidride carbonica (CO2), metano (CH4) e protossido di azoto (N2O): il sistema di produzione alimentare industriale è tra le prime cause del riscaldamento del pianeta, mentre le prime vittime di questa catastrofe annunciata ci sono l’agricoltura familiare, le economie pastorali e la pesca artigianale.

Occorre molta fantasia per immaginare le alternative possibili e costruire nuove soluzioni. Slow Food con Menu for Change vuole dimostrare che proprio a partire dal cibo ognuno di noi può e deve fare la differenza per frenare questo fenomeno le cui soluzioni non sono più rinviabili: bisogna agire ora. Noi lo faremo a modo nostro: raccontando le risposte della nostra rete e di come Slow Food sostiene e valorizza questo sistema di produzione alimentare praticato in armonia con le risorse della natura, scendendo in campo per la tutela della biodiversità, con l’educazione alimentare e ambientale, sensibilizzando tutti gli attori della filiera e cercando di influenzare la politica a tutti i livelli.

Non abbiamo più tempo, Harvey, Irma, la siccità assurda che soffoca il nostro paese, le bombe d’acqua che ci sorprendono nel sonno, le vendemmie anticipate, il crollo delle

produzioni, la mancanza di erba fresca o il rientro anticipato dagli alpeggi, l’acidificazione e l’innalzamento dei mari, la presenza di animali prima inesistenti a determinate latitudini, la desertificazione e il progressivo impoverimento dei suoli sono il volto del cambiamento climatico. Non sono eventi record da registrare negli annali, sono la normalità che ci aspetta. E le cause sono da rintracciare nell’attività antropica e soprattutto nelle emissioni di gas fossili.

Il settore agricolo è responsabile del 21% (Fao 2015) delle emissioni totali, a fronte del 37% di quello energetico, 14% dei trasporti e l’11% dell’industria. Nel settore agroalimentare, la fonte principale di emissioni di gas-serra è la fermentazione enterica, a causa del metano che si forma nella fase di digestione degli alimenti, che conta da sola per un 40% dell’intero settore agricolo. A questa fonte segue quella della distribuzione di fertilizzanti sintetici: 13% delle emissioni agricole (725 Mt CO2 eq.).

E il conto da pagare è salatissimo, soprattutto in alcune zone del mondo. «Nonostante siano tra i minori produttori di gas serra, l’Africa e i paesi più deboli sono i primi a scontare le conseguenze del riscaldamento globale. I cambiamenti estremi dei modelli metereologici colpiscono soprattutto contadini, pastori e comunità indigene e aumentano la povertà e l’insicurezza alimentare. In Kenya, il mio Paese, le comunità di pastori sono le più colpite e in tanti sono costretti a migrare. Se non saranno prese in seria considerazione misure di mitigazione e adattamento, la situazione non potrà che peggiorare. In Africa e in tutto il mondo è questo il lavoro che sta facendo Slow Food, attraverso la promozione dell’agroecologia, la tutela della biodiversità, stando a fianco dei produttori sul campo. Molto deve essere fatto e Slow Food non può vincere da solo» interviene John Kariuki, vicepresidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità.

Anche in Italia, il comparto agricolo è un emettitore netto di gas-serra e contribuisce per circa il 7% alle emissioni totali nazionali. E anche in Italia gli effetti del cambiamento climatico minano le nostre produzioni più preziose.

«Ridurre le emissioni non può più essere una possibilità da rimandare, è un obbligo. E ognuno deve intervenire: eliminiamo del tutto gli sprechi, soprattutto alimentari. Cerchiamo di prediligere prodotti di prossimità, di mangiare poca carne ed evitare quella che arriva da allevamenti intensivi. E poi poniamoci poche e semplici domande: come è stato prodotto il cibo che condivido con la mia famiglia? Da dove arriva? Di quanta energia e di quanta acqua ha avuto bisogno? Slow Food lavora per divulgare questa conoscenza e per valorizzare e sostenere quelle produzioni che scelgono pratiche agricole e produttive resilienti ed ecologiche, le uniche che possono contribuire alla mitigazione e all’adattamento al cambiamento climatico. Aiutateci a portare avanti i nostri progetti, anche una piccola donazione fa la differenza» conclude Carlo Petrini.

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